Pippo ha 80 anni

7 gennaio 2013 09:38 0 commenti

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«È proprio vero: li ho ma non li dimostro», si disse Pippo, quasi ridendo e facendo in silenzio  tra sé quel verso yuhk…yuhk…yuhk… che l’ha reso famoso.

Ma che lui odiava visceralmente: e per cui si odiava ancor di più perché era portato a ripeterlo, istintivamente, come un riflesso condizionato,  meccanicamente; quasi in una coazione a ripetere, diremmo oggi.

Come quell’animale che era. E si ricordava perfettamente chi gliel’aveva appioppato: Pinto Colvig, quell’irlandese di m …                                                                         Uno che faceva il doppiatore di tutto.

Perché lui, Pippo, era un cane.

Guardandosi le mani-zampe; o meglio quelle che lui sapeva essere zampe, ma che tutti gli umani, suoi lettori, si aspettavano che lui le definisse mani, come quelle che avevano attaccate alla parte alta del corpo.

Un cane, si ripeteva, nient’altro che un cane; se lo diceva fino a frastornarsi e a confonderlo in un suono indistinto.

Invidiava Pluto, l’altro cane della Casa: quello era un cane vero; che camminava come-dio-comanda che facciano gli animali: tutti gli animali sulle quattro zampe.

Ma perché Floyd Gottfredson, il suo creatore, nel gennaio ‘33, nei disegni di stampa, e anche di Pluto, non l’ha fatto come lui?

Qualche volta se l’era domandato.

Prima la risposta non c’era; ora se l’era incominciata a dare.

Di un doppione non avevano bisogno: poi Pluto era troppo cane per avere delle variazioni sul personaggio.

Oppure, se le aveva erano strettamente collegate al suo modo di vivere animalesco: solo, poteva incontrarsi e soprattutto scontrarsi con altre bestie sia da cortile che domestiche.

«Invece a me, con quella forma simil-umana poteva capitare di tutto, anche di intrecciarmi come animale, col mondo umano», intuiva con quella chiarezza senile cui si arriva dopo anni anche solo di esclusiva e banale esistenza, senza particolari applicazioni intellettuali.

Anzi, il fatto di avere una forma di Sosia piuttosto presente in tutte le storie, sia su pellicola che a fumetti, lo condannava ad essere più stupido dell’originale: e la figura dell’intelligente la faceva spesso il cane.

Senza parlare del suo socio, che faceva quella del genio .

E solo al suo personaggio capitava: tutti gli altri, che erano animali come lui e Pluto, erano stati pensati fin dall’inizio, in una forma contemporaneamente umana, antropomorfa.

Di tutto questo se n’è accorto, anzi ne ha preso piena consapevolezza, solo nel tempo: all’inizio, e per molto tempo poi, gli sembrava normale, nel senso di: così era e così sarebbe stato, fare coppia con quel topastro furbo e carogna, che chiamano Topolino.

E così Pippo continua tra sé: «Si atteggiava a uomo positivo, in linea con quello che pensava il suo creatore Walt Disney della vita e del mondo. Doveva essere l’espressione di quegli ideali americani con cui Disney e il suo disegnatore preferito, il più capace e di talento, Ub Iwerks, e lo stesso Floyd che creò me, si sciacquavano continuamente la bocca.

Ma il topo era un lecchino e un ipocrita della malora.

Appena si voltavano, vomitava ingiurie contro di loro: li odiava.

Ma anche a lui quest’atteggiamento non si manifestò subito, ma si chiarì nel tempo.

Il topastro è nato nel ‘28, è più anziano di me; e fu proprio lo stesso Floyd che insieme a loro, lo disegna e lo porta sulle strisce di fumetti che venivano vendute a molti quotidiani, nel 1930.

Fu lui che lo fece divenire definitivamente il tizio ultra-americano medio della porta accanto, il personaggio che incontrò le  simpatie di Zio Walt, come si faceva chiamare Disney, perché andava incontro ai suoi desideri e aspettative.

È chiaro che avesse bisogno di una spalla: e quella fui io.

Lui intelligente e io scemo: è lo schema classico».

E qui gli occhi di Pippo diventano tumidi: ed è come se si auto commiserasse …

E riprende: «Il topastro non poteva sopportare che solo Gambadilegno potesse fumare il sigaro. Si arrabbiava e diceva: Ma come? Quel gattaccio sporco e fetente può fumare liberamente e io che lo straccio in ogni occasione in cui ci fanno incontrare, no? Ma che razza di vincente sono?, diceva alterato.

Io non dicevo niente, stavo lì che lo guardavo inespressivo; né lui si aspettava qualche commento se non di solidarietà.

Ma dentro di me gongolavo, e gli avrei voluto dire: E ti sembra giusto che io faccia la figura di essere più scemotto del tuo cane?»

E poi gli viene da pensare: «E perché mi hanno messo nella serie dei cartoni “sportivi” in cui spiegava i vari sport “Come si fa a …”?

E che pure ha avuto un successo strepitoso.

Il perché è ovvio: dovevo fare la figura dello stupido assoluto, sul che cosa e come non si doveva fare per praticare quegli sport.

Fu la consacrazione universale del mio personaggio, della caratterizzazione della imbecillità personificata …»

Ancora una volta lo prende il silenzio: c’è forse uno strano senso di umiliazione e di frustrazione nella sua voce e in quella specie di abbattimento che ne accartoccia la figura?

Poi, come ripresosi, continua: «Si disse che “zio” Walt avrebbe voluto farmi fuori …

Non so se era vero: era un taccagno di tale misura che non avrebbe mai ucciso una gallina dalle uova d’oro, che io ero diventato per lui …                                                                 Però è vero che non gli piacevo.

Si disse che preferiva perfino il gattaccio Gambadilegno a me; è normale che fosse così: se non c’era quello, che comunque era davvero un cretino, come avrebbe fatto il Topastro a far bella figura? Con chi si sdarebbe potuto scontrare e uscirne vincitore?

E non parliamo di Pluto.

Quello si che era un cane! Si diceva che andasse blaterando mentre osservava i negativi con me dentro.

Diciamo che mi tollerava.

Lui che tollerava me? Ero io che dovevo sopportare di stare con lui!

In questo mare di incomprensione e di solitudine che soni stato i miei primi ottanta anni, devo dire che sono stati felici solo i primi venti-trent’anni della mia esistenza, quando scoprivo in me solo lo stare al mondo, e niente di quello che facevo o che mi facevano gli altri turbava questa mia immediata consapevolezza: e anche quella miriade di parenti strani e della più assurda provenienza, che mi si affibbiava ogni tanto, in fondo mi facevano compagnia.

Poi … poi ho incominciato a capire …»

Noi che in questo momento lo stiamo a sentire rimaniamo coinvolti dalle sue sentite parole, ma basiti: e nessuno avrebbe avuto il coraggio di intervenire o commentare.

(Fonte foto: web)

Francesco “Ciccio” Capozzi

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