Un mistero tra i misteri

10 ottobre 2013 17:19 0 commenti

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Il conte Alessandro di Cagliostro, al secolo marchese Giuseppe Balsamo da Palermo, patrizio di Messina e Cavaliere di Malta, venne più volte in visita a Napoli.

Quando si fermava in città, alloggiava nel palazzo dei principi di Sansevero, al piano ammezzato sulla destra, che si affacciava verso l’obelisco dell’antica piazza di San Domenico Maggiore.

Cagliostro ebbe dunque certamente rapporti col grande maestro di alchimia e di teurgia – l’alta magia sacerdotale sapienzale – che aveva il terribile ma affascinante potere di cancellare il confine tra il tempo e lo spazio, tra la vita e la morte fisica, un grande predestinato, forse uno dei Rosacroce o un Templare pugliese reincarnato, stiamo parlando di Raimondo Maria de Sangro, settimo principe di Sansevero.

Raimondo nel 1737 aveva iniziato studi di alchimia e sulla morte, mettendosi alla ricerca della pietra filosofale e a indagare sull’immortalità fisica cara agli antichi Egizi, non tralasciando gli studi massonici, rivoluzionando anzi la planimetria e la rotazione astrologica. La stessa cappella gentilizia di Sansevero era stata costruita nel 1590 su punti di forza tellurica; partendo da questa particolare collocazione, il principe negli anni futuri svilupperà poi all’interno della cappella

Completò gli studi iniziali nel 1753; ricevette poi in regalo alcuni libri rarissimi dall’ambasciatore inglese a Napoli lord Herdnesse, l’amico del conte francese di Saint Germain; in base al loro studio riformò insieme con il suo amico svizzero barone Tschudy l’obbedienza muratoria in tre gradi o alti livelli, detti già adonhiramiti.

I nuovi tre livelli insieme presero il nome di Arcana arcanorum Scala di Napoli; simili al sistema di Cagliostro, affermavano la rigenerazione fisica o reintegrazione già formulata in Francia dal Saint Germain e dal conte di Saint Martin.

In questa sua riforma fu aiutato molto dal geniale cugino, Luigi Giuseppe d’Aquino, Cavaliere di Malta e cadetto dei principi di Caramanico, detto Altotas, che altri non era se non il maestro iniziatico di Cagliostro …

Partecipò alla rifondazione della loggia napoletana anche l’ingegnere Felice Piccinini, direttore del suo laboratorio chimico alchemico e dei vetri nonché della tipografia privata di palazzo Sansevero; nel 1763 si aggiunse il medico anatomista palermitano don Giuseppe Salerno.

La tomba ufficiale era stata fatta costruire dal principi nel1750 nella cappella, e affrescata dal misterioso pittore Francesco Maria Russo; fu fatta benedire dal reverendo rettore della cappella Gennaro Ottone. Il sepolcro era stato esattamente posto ad angolo retto rispetto alla vicina tomba dell’avo Ferdinando, morto nel 1609, giovane letterato e alchimista …

Il principe Raimondo fu circondato per tutta la vita da un alone forte di mistero e di leggenda; conduceva in cappella e nel suo palazzo misteriosi esperimenti alchemici e scientifici secondo il Libro Egizio dei Morti, entrando in spazi ignoti all’umano sapere, dove si celano verità profonde e terribili in una dimensione arcana: le verità sapienziali dell’Eternità e dell’Immortalità che l’io razionale dell’uomo teme di scoprire.

Dopo un grave malore occorsogli a luglio1770, già nell’agosto, don Raimondo non solo si era ripreso benissimo ma sembrava ringiovanito più che mai nel corpo e nello spirito.

Nonostante l’eccellente stato di salute il principe morì misteriosamente a 62 anni il 22 marzo 1771 nella sua camera da letto. Riceve l’estrema unzione e il certificato di morte dall’abate Volo della parrocchia vicina di Santa Maria Rotonda, che stilò anche il certificato di morte; venne assistito e visitato dal suo medico personale don Giuseppe Salerno. Il funerale fu celebrato in pompa magna dall’impresario di pompe funebri napoletano Domenico Luciano; fu dunque seppellito nella sua tomba gentilizia nella vicina cappella.

Un anno dopo, come da testamento olografo del principe Raimondo – conservato presso il notaio di fiducia Francesco Di Maggio – di buon mattino, il 22 marzo 1772, si recano alla Cappella Sansevero il neoprincipe Vincenzo, suo fratello ultimogenito, Giovan Francesco, curatore testamentario nominato dal padre, il medico Salerno, l’ingegnere Piccinini, il maggiordomo francese di casa Leonard Lambert  e suo figlio Emanuele, paggio di casa, i camerieri Carlo Russo e Giuseppino Catena, il segretario del principe Carlo Moret, tutti già fedelissimi al servizio del defunto Raimondo; faceva parte del gruppo anche il cugino Luigi Giuseppe d’Aquino di Caramanico.

Mancano pochi minuti a mezzogiorno: i due domestici aiutati da uno scalpellino, sotto la direzione del maggiordomo aprono la magnifica tomba, come prevedeva il testamento del defunto. Successe l’inverosimile: una nuvola di fumo denso, nerastro, quasi soffocante si levò dalla tomba, vuota. Sul fondo solo che ha un po’ d’acqua e una funicella di nodi peruviani e nulla più, senza traccia alcuna della salma di Raimondo.

Il panico si diffuse tra i servi presenti: due si sentono male e uno sviene, mentre lo scalpellino viene portato a casa sua ove muore d’infarto cardiaco. Lo stesso principe Vincenzo svenne e dovette essere portato in camera dal maggiordomo e dall’ingegnere Piccinini,dopo aver ordinato insieme al d’Aquino ai presenti di tacere sull’accaduto. La chiesa venne chiusa e la tomba fu sigillata dai domestici frettolosamente quella stessa notte.

Il giorno successivo venne subito sostituito l’amministratore di casa con il marchese Danza di San Giorgio a Cremano; stessa sorte toccò ai sacerdoti preposti alla Cappella. Contemporaneamente vennero fermati i lavori e congedati gli operai e l’architetto Celebrano.

Due giorni dopo, con la carrozza scortata da 24 guardie e con 8 domestici al seguito, il principe Vincenzo e suo cugino Luigi partono per i feudi di Torremaggiore in Puglia.

Appena giunti i due fecero effettuare in tutta fretta uno scavo tra il castello e la campagna vicina; rientrarono a Napoli dopo una settimana, mettendo a tacere qualsiasi domanda o pettegolezzo della servitù o della famiglia …

Il giovane Vincenzo già iniziò a interessarsi di massoneria napoletana col padre; nel 1773, riordinando le carte di Raimondo, ne approfondì gli studi; fece dunque riprendere i lavori delle Logge di Napoli, di Torremaggiore e di Siracusa.

Lesse avidamente i due manoscritti delle memorie del padre e il testamento olografo paterno e passò con la moglie, una Mirelli di Teora, e alcuni amici fidati molte settimane a caccia e al teatro di corte nel castello di Torremaggiore …

Vincenzo prese a studiare alchimia anche perché aveva incontrato di nuovo il Cagliostro, col quale si legò in amicizia epistolare. Quando Cagliostro venne arrestato, l’ottavo principe di Sansevero accolse sotto sua protezione il fido amico di questi, il conte Gian Gastone Rezzonico, dignitario della corte di Ferdinando Granduca di Parma: lo fece fuggire da Roma per Napoli nella sua carrozza stemmata e gli offrendogli vitto e alloggio in casa sua.

I suoi impegni sociali diminuirono: come era costume di suo padre Raimondo non frequentò più molto il teatro San Carlo né fece troppa vita mondana a corte.

Promosso generale di brigata di fanteria di linea nel 1778, Vincenzo prese a proteggere protegge i suoi amici massoni, tra cui l’ingegnere Piccinini, precettore di matematica dei suoi figli, quando nel 1775 rimase coinvolto in un processo giudiziario contro la massoneria.

Arrestato dal capo della Polizia, don Gennaro Pallante su ordine del primo ministro Tannucci, Piccinini venne difeso dall’avvocato di casa de Sangro e subito scarcerato.

Nell’ottobre del 1776 Tannucci venne dimesso da Ferdinando su richiesta di sua moglie Maria Carolina d’Asburgo, ella stessa massone e amante del principe Francesco d’Aquino, fratello di Luigi.

Ne 1783 morì anche Luigi d’Aquino, detto Altotas, che qualche anno prima aveva vinto la causa civile con la quale aveva contestato al padre e al fratello primogenito Francesco il maggiorascato ereditario.

Vincenzo morì misteriosamente nel 1790: il certificato medico riporta la causa del decesso fu dovuta alle conseguenze degli stessi esperimenti chimici e fisici del padre Raimondo … E anche il suo corpoil suo corpo non venne mai ritrovato né a Napoli né in Puglia, seppur regolarmente seppellito, come raccontava il fratello ultimogenito Giovan Francesco.

Da sottolineare che il medico palermitano Giuseppe Salerno annotò che una delle due macchine anatomiche che si trovavano in casa Sansevero nell’appartamento della Fenice, presentava la mancanza di organi digestivi, tolti come nelle mummificazioni antiche egizie al tempo dei faraoni …

Il conte Rezzonico qualche tempo dopo venne trovato morto d’infarto; soggetto a depressione nervosa intensa negli ultimi giorni della sua vita, spirò nello studio del medico Domenico Cirillo, giustiziato come giacobino nel 1799.

Prima morì Raimondo, poi suo cugino Luigi d’Aquino, Cagliostro in carcere a San Leo, suo figlio Vincenzo e in ultimo Rezzonico …

Una serie di morti misteriose che fecero nascere sospetti sui massoni e sui loro legami con i giacobini e rivoluzionari francesi; venne arrestato perfino il nuovo capo della polizia borbonica, il giovane Luigi Medici, principe di Ottaviano, massone.

Giovan Francesco, il figlio più giovane di Raimondo de Sangro ed esecutore testamentario del padre, nel 1793 portò dunque in salvo subito dopo l’arresto dell’ avvocato massone e giacobino Mario Pagano tutti i documenti riservati di casa al castello avito di Torremaggiore.

Nel 1795 partì per Palermo dove si trovava suo cugino, il potente viceré di Sicilia e Gran Maestro della massoneria siciliana il principe Francesco d’Aquino di Caramanico, ma anche quest’ultimo morì per veleno.

Allora Giovan Francesco impaurito si rifugiò nel chiostro del convento benedettino di Monreale, e di lì riparò nel castello di Torremaggiore; rientrò solo due anni dopo a Napoli al seguito di Ferdinando IV.

In quel periodo ispezionò il castello e alcune parti della tenuta, ove si racconta che vi sia una misteriosa tomba di famiglia … dove dal 1804 è seppellito anche il nobile Giovan Francesco, unico superstite di una serie di morti improvvise e misteriose …

Michele Di Iorio

 

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