Teresa, una storia delicata

25 gennaio 2014 08:57 0 commenti

balconeA Scicli era una giornata caldissima e per l’umidità eccessiva si respirava a fatica. Andavo come tutti i giorni alla mensa ufficiali ma quel giorno ero un po’ in anticipo per cui il pranzo non era ancora pronto e per passare quei momenti mi portai ad affacciarmi sulla balconata.

Con mia grande sorpresa vidi dall’altro lato della strada quasi in corrispondenza del balcone una ragazza appoggiata alla ringhiera; quando mi vide si raddrizzò appoggiando solo le mani.

Era un’immagine graziosa ed  io la salutai : «Ciao»

«Ciao»

«Come ti chiami?»

«Teresa, e tu? »

«Io Sante, buongiorno».

Rimasi pochi momenti sospeso fra il desiderio di continuare a parlare e quello di considerare quanto vedevano i miei occhi: qualche attimo di sospensione poi rientrai con un «Ciao, Teresa, mi chiamano». «Ciao».

Il mio pranzo fu un po’ strano: più che a quello che stavo mangiando il mio pensiero era rivolto all’immagine che avevo lasciato da poco e per lungo tratto la figura di quella ragazza mi tenne compagnia.

Descriverla oggi tirandola fuori dalla mia memoria sembrerebbe difficile invece ce l’ho dinanzi agli occhi come in una realtà visiva che direi sorprendente: nel complesso potei considerarla poco più che una fanciulla, alta, slanciata, con un visino delicato, i capelli divisi a metà e riportati all’indietro in due lunghe trecce, un corpicino delicatamente delineato con i fianchi appena accennati ed un seno lievemente disegnato  per un’ombra sul vestitino intero fino al di sopra delle ginocchia.  Con le braccia corte ed una scollatura dolce e senza fronzoli, il tutto di una semplicità  quasi incredibile.

Per diversi giorni non mi portai sulla terrazza ma l’immagine della fanciulla mi seguiva come un’ombra e mi portava ad analizzare ogni suo gesto da quello spontaneo ed istintivo che l’aveva fatta balzare dritta in piedi quando io mi recai sul balcone.

Mentre, prima che uscissi, era poggiata alla ringhiera con gli avambracci, non appena mi vide vi si portò  all’istante con le mani e si raddrizzò completamente forse temendo che appoggiata com’era si potesse scorgere l’ombra, pur tuttavia  piccola e delicata, del seno.

Forse questa è una mia illazione, perché sul suo viso non appariva nessun segno di imbarazzo, ma un sorriso appena accennato che la rendeva oltremodo simpatica e piacente.

In quei giorni in campo militare ci fu un po’ di movimento: alcuni ufficiali della marina inglese sbarcarono da un canotto ma furono subito catturati e condotti al comando di reggimento.

A me toccò il primo turno di sorveglianza; non mi sembravano componenti di un commando: secondo il mio giudizio erano venuti per fingere un attacco e – prevedendo la cattura – per dare false informazioni. Naturalmente era solo una mia idea e nulla più.

Successivamente furono consegnati ad un comando tedesco che li portò via con sollecitudine e con una scorta numerosa di  soldati armati.

Tornammo così alla normalità ed io potei riaffacciarmi sulla terrazza ove ritrovai puntualissima la mia Teresa. Questa volta mi accolse con un sorriso molto più aperto e mi parve ancora più graziosa: l’ansia era sparita completamente dal suo viso. Però non mi chiese spiegazioni ma volle sapere notizie inerenti la mia vita ed io chiesi della sua.

Il tempo a disposizione era brevissimo e presto ci salutammo più con un gesto che con le parole.

Passarono alcuni giorni uguali per le parole, per il tempo trascorso, per il contenuto delle nostre conversazioni. Poi un giorno, chissà perché, fra una frase e l’altra le dissi «Teresa, mi piaci».

«Anche tu a me», mi rispose di rimando. Di fatto e secondo consuetudine eravamo, da quel momento, fidanzati.

Ci scambiammo un sorriso più aperto. Le dissi che fra alcuni giorni sarei andato a casa e che lì avrei parlato di noi; le chiesi anche se potevamo incontrarci ma la risposta fu evasiva, anzi del tutto negativa.

Ci ripensò un poco, poi mi chiese se quel pomeriggio potevo trovarmi in piazza verso le quindici e trenta, ma mi raccomandò di non cercare di incontrarla. Tutto bene e la salutai in fretta per partecipare al pranzo.

Non c’era molto tempo per giungere all’ora di quell’appuntamento sui generis. Certo le abitudini del luogo e le consuetudini siciliane non consentivano mosse azzardate se non fossero state avallate dall’ufficialità. Pensai comunque che volesse rendersi più preziosa lasciandomi nell’incertezza.

Alle quindici e trenta ero già in piazza, anzi forse qualche minuto prima, il che mi fa pensare che neppure io ero immune da una certa ansia. Mi guardai intorno ma inutilmente,  fino a che la vidi spuntare da un vicolo adiacente.

La riconobbi dalla sua figura slanciata e attesi camminando lentamente. Mi passò vicino senza fermarsi e quando mi fu a non meno di due metri e senza guardarmi mi mormorò: «Quando vai a casa dici a tuo padre che io ho un orticello sott’acqua». Quindi affrettò il passo allontanandosi da me.

Sorrisi. La frase poteva portare a interpretazioni maliziose ma il fatto che lei l’avesse pronunciata con naturalezza e senza scopi men che naturali mi convinse che la ragazza fosse dotata di una forte ingenuità e spontaneità non giudicabili come un senso voluto di malizia.

La osservai allontanarsi, orgogliosamente dritta con le due trecce dei capelli dondolanti da una parte e dall’altra , con i gomiti appoggiati ai fianchi che la facevano apparire ancora più alta. Era un’immagine che valeva la pena ricordare.

A casa ne parlai ai miei genitori; ne sorrisero, facendomi capire che non era tempo per pensare a certe cose e che la contingenza bellica vietava di fare progetti di sorta. Era vero, lo pensavo anch’io ancor prima che me lo dicessero loro e non ne parlammo più oltre: la durezza della vita ci faceva escludere implicazioni sentimentali.

Il ritorno a Scicli non fu molto piacevole anche per gli allarmi aerei che si susseguivano con maggiore frequenza e per una certa mestizia che mi toccava profondamente. Avevo la sensazione , niente affatto strana, che la mia famiglia si allontanasse da me oltre il necessario e non il contrario.

A Scicli trovai un ambiente un po’ più caldo e certamente non a causa dell’atmosfera: notizie allarmanti giungevano dai vari fronti di guerra e gli animi di tutti, militari e non, erano surriscaldati.

Perciò quando rividi Teresa non ero nelle migliori condizioni spirituali. Nel vedermi mi sorrise ma era un sorriso pieno di mestizia, forse nel suo animo si era consolidata  l’idea che le risposte non erano favorevoli.

Le feci un segno con la mano, muovendo il pollice e l’indice più volte: Teresa capì subito. Il suo viso cambiò di espressione e dai suoi occhi apparvero due grossi lacrimoni che scivolando lungo il viso bagnarono le gote come un ruscello.

Non disse una parola, si voltò e correndo si rifugiò in casa senza  più voltarsi.

La storia finisce qui: io non vidi più Teresa né cercai di vederla, sarebbe stata una inutile crudeltà ma la sua immagine, la sua figura snella e gentile albergò per molto tempo nel mio animo e nel mio ricordo.

Rimorsi? No, no le condizioni ambientali, gli accadimenti che vennero in seguito non me ne dettero neppure il tempo: dopo qualche settimana, senza una ragione logica, senza una motivazione tattica o strategica che fosse, fui trasferito ad horas da Scicli a Ragusa. Tanto celermente che non potei salutare gli amici, i colleghi , i superiori, anche loro sorpresi e meravigliati.

Da quel momento Scicli scomparve dallo scenario della mia vita e con un colpo di spugna dolorosissimo fu cancellata con tutti i miei ricordi e tutte le mie fantasie che si erano formate nel mio animo come un monumento  più duraturo del bronzo.

Tutto fu crudelmente cancellato – tranne una piccola parentesi – mentre ero trasportato verso l’ignoto su una nave non certamente amica dopo essere stato imbarcato a Siracusa.

Sono passati 72 anni da quegli avvenimenti. Poi, un carissimo amico mi presenta una persona attraverso i canali di Facebook che è nata a Scicli, vive a Ragusa, passa le sue estati a Donnalucata, teatro delle mie operazioni e delle mie esercitazioni.

È come se il mio cervello avesse subito un’operazione di cataratta alla memoria: si alza dunque un sipario e rivivo con straordinaria commozione quelle vicende, quell’ambiente, quelle persone.

E Teresa?  Teresa è lì sul palcoscenico della mia vita ma con due lucciconi che  brillano di dolore e che le lavano il viso senza alcuna pietà. Teresa ciao, io sono ancora qui a ricordare.

Sante Grillo

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