Storia della famiglia Lebano

5 novembre 2013 10:02 0 commenti

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La bellissima Virginia Bocchini, dalla lunga chioma riccia di color mogano, profilo greco e occhi a mandorla verdi, un corpo da modella e pelle ambrata, nacque a Napoli  nell’autunno del 1831, dal padre avvocato Silvio e dalla bella Enrica Castellano, nipote di Enrico,famoso avvocato commercialista .

Suo nonno paterno era il famoso scrittore Domenico Bocchini (1775-1840) di Salerno, capitano dell’esercito di Murat in Spagna fino al 1814, massone e carbonaro, giudice di pace dal 1814 al 1821 nel salernitano, poi trasferitosi a Napoli e poi ancora a Caserta, dove concluse la sua vita due anni dopo.

Virginia studiò in casa sui libri della piccola ma ricca biblioteca del nonno paterno.

Quando aveva solo sei anni, cominciarono le tragedie familiari: suo padre Silvio morì di colera nel 1837; visse con la madre tra Napoli e a Caserta a casa del nonno paterno fino al 1824, poi dallo zio materno,dove anche sua madre morì di colera nel 1855.

Virginia si diplomò maestra al nuovo istituto magistrale di Napoli Eleonora Pimentel de Fonseca nel 1860, dove rimase ad insegnare fino al 1864; fece parte del circolo femminista napoletano di via Costantinopoli diretto da Enrichetta Caracciolo di Torchiarolo.

Al circolo conobbe la moglie di Giuseppe Ricciardi e la poetessa Ardia Ferrigno di Torre del Greco, moglie dell’avvocato Luigi Carafa d’Andria. Tutti i frequentatori del club erano massoni egizi del Misraim, e così le lroro mogli, sorelle, scrittrici famose.

Virginia entrò così nel circuito dei salotti culturali sia di Napoli che di Torre del Greco.

Influenzata dagli studi e piena di ammirazione per il nonno paterno Domenico, la giovane Virginia fin dal 1847 passava ore intere nella biblioteca di famiglia a leggere e approfondire opere letterarie; in particolare era affascinata da alchimia e teurgia, dalla tradizione napoletana del Santo Graal e delle sue storie e leggende, da kabala, dalla gnosi cristiana, dai romanzi dell’inglese massone e rosacruciano Lytton, autore di famosi romanzi ermetici come Gli ultimi giorni di Pompei, di Zanoni e dello scrittore napoletano Francesco Mastriani, che scrisse i romanzi I vermi, I misteri di Napoli, La cieca di Sorrento.

Di tradizione familiare filoliberale, il 15 maggio 1848 vide con entusiasmo i moti popolari a Napoli e si rifugiò per due anni a Caserta, dove continuò a studiare gli scritti del nonno su Raimondo de Sangro, sui Rosacroce, sulla Scuola egizia kabalistica napoletana.

Approfondì anche il filosofo Giordano Bruno,il Conte di Cagliostro gli scritti inglesi romantici e liberali di Shelley, di Byron, di Lytton, del francese Alessandro Dumas padre.

Il 14 settembre1860 conobbe nello studio dello zio Enrico Castellano il giovane avvocato liberale Giustiniano Lebano, consigliere comunale e assessore alla Pubblica Istruzione e ai Lavori Pubblici. Fece anche la conoscenza di Alessandro Dumas, direttore del giornale Indipendente.

Virginia si fidanzò con Lebano il 20 marzo 1861; si sposarono al municipio il 7 settembre.

La giovane sposa provava una grande ammirazione per il marito; liberale come lei, massone egizio, Lebano incarnava tutti i suoi ideali. Insieme, nel 1851 cominciarono ad assistere alle prime sedute spiritiche kardeciste in casa Ricciardi a Torre del Greco, poi a Villa Carafa d’Andria, tra stupendi quadri e stampe, statue antiche in una cornice verde lussureggiante.

Il medium era l’occultista Izar di Portici, Pasquale de Servis.

La bella Virginia, pur essendo devota cattolica – a differenza del marito Giustiniano, notorio massone e convinto anticlericale – si mostrò incline alle teorie occultistiche della Schola di Napoli, soprattutto a quella della reincarnazione.

Approfondì gli studi sulla figura di Cagliostro, influenzata dalla tesi sostenuta dal de Servis che il conte fosse prima stato il principe Cristian Rosencruz, il mitico fondatore dei Rosacroce di Germania nel 1300, poi l’alchimista Giuseppe Borri morto a Roma prigioniero a Castel Sant’Angelo nel 1600 e ancora come mago Ladino ovvero l’alchimista Gerolamo Tavazzo da Pordenone, morto a Roma nel 1747 e poi il marchese Giuseppe Balsamo, noto col nome iniziatico conte di Cagliostro, maestro di Altotas ovvero Luigi Giuseppe d’Aquino principe di Caramanico, morto nel 1783.

La giovane Virginia tempestò di domande il maestro Izar sulla reincarnazione, che le rivelò che lui era la reincarnazione dell’alchimista tedesco Gualdo morto a Venezia nel 1647, un maestro di alta magia capace di sconvolgere le leggi del tempo e dello spazio, un negromante incredibile.

Nei loro incontri parlarono anche di Raimondo de Sangro, che sarebbe stato la reincarnazione di un suo parente giovane alchimista, Ferdinando, morto nel 1609 e poi anche di lei, affascinata dall’erboristeria, erbomanzia, idromanzia, spiritismo, teurgia, gnosi, kabala,astrologia,terapeutica rosacruciana.

Virginia si convinse allora di essersi reincarnata prima come Terenes, morta nel disastro leggendario del continente perduto Atlantide e poi come Amaltea, l’ultima Sibilla di Cuma, morta di fame nel 419 d.C.

Ancora come la poetessa provenzale Esmeralda Pereille, cataro-albigese, morta bruciata dai cattolici al castello di Montsegur nel 1243, e come Madeleine, religiosa valdese di Savignano, bruciata come eretica; infine come Eleonora Pimentel de Fonseca, giustiziata nel 1799.

Come si è visto, questa donna coltissima e intelligente si identificava con altre donne accomunate dal destino di una morte tragica.

Entrò dunque nella massoneria femminile egizia di napoli nel 1862, Virginia si diede il nome iniziatico di Leila.

I signori Lebano misero al mondo due figli sani, sebbene subito le gravidanze furono difficili affrontate con timore da Virginia; nel 1862 nacque Filippo; nel ’64 Anna.

Ricomparve il colera, e nel ’66 si portò via il piccolo Filippo; nel ’67 morì anche Anna, anch’essa di colera.

Prostrata e quasi impazzita di dolore, Virginia prese la mania di consultare circoli spiritici per ottenere una verità diversa da quella medica ufficiale.

Consultò anche la medium Eusapia Palladino e i guaritori amici del de Servis e i suoi allievi.

I Lebano tornarono a vivere nella Villa di Trecase, ma qui Virginia cominciò ad essere terrorizzata dalle scorrerie del brigante Pilone, che saccheggiava, assaltava fattorie,  sequestrava i liberali napoletani e della provincia, temendo per l’incolumità del marito Giustiniano.

I Lebano ebbero poi altri due figli: nel 1869 nacque il secondo Filippo e nel 1874 Silvia.

Virginia continuava però a pensare ai due figli morti e temeva per i due nuovi nati. Giustiniano a modo suo cercava di rassicurarla, dicendole che la causa della morte dei due bimbi non era stata il colera ma l’ociphon colerico, una falso malattia dovuta alle larve spiritiche e ad agenti occulti, umani controiniziatici, cattolici.

Le raccontava di monaci agostiniani e domenicani che nel 1224 al seguito della Santa Inquisizione e poi dei Gesuiti diffusi in estremo oriente familiarizzarono con maghi neri tibetani bon po e cinesi di bassa lega per combattere i massoni e rosacruciani europei.

Contemporaneamente Lebano seguiva anche la medicina italiana ufficiale, interessandosi delle epidemie colera e di pellagra che in quel periodo si diffusero in Europa e in Italia in modo devastante.

Lebano fece amicizia con il chirurgo Michele Vago, liberale molisanoche ha diagnosticò malattie quali occlusioni intestinali, febbre sanguigna,gli aneurismi dell’anca e dell’aorta; nel 1872 studiò in particolare la pellagra,diffusasi prima

Lombardia, nel Lazio e in Campania, una patologia molto frequente tra i contadini dovuta all’infezione di segale cornuta, una graminacea che se attaccata da una particolare muffa attraverso l’acqua inquinata produce un’escrescenza a forma di cornetto. Mischiandosi ai altri cereali, se questa pianta infestante viene ingerita per mezzo di alimenti preparati con farina di cereali infetti, causa un’intossicazione spesso mortale, detta ergotismo.

I sintomi sono infezione intestinale, febbre perniciosa, anemia, isteria sfociante in pazzia depressiva e maniacale; dopo anni finisce col causare la morte dell’ammalato.

Nel 1600 nell’Europa dell’Est la pellagra venne scambiata prima per vampirismo, poi per vaiolo nel 1700 e infine per colera in pieno ottocento. Lo stesso professor Vago contrasse questa malattia in ospedale e ne morì il 19 gennaio 1874.

I suoi studi vennero ripresi i dal dottor Villanova che nel 1873 pubblicò un libro sulle malattie coleriformi, introducendo la classificazione del vaiolo, enterite, difterite, tifo, paratifo e salmonella e iniziando nel 1974 gli studi sulla pellagra nelle campagne di napoli, sugli appunti di ricerca del defunto professor Vago, ma morì egli stesso di  pellagra nell’ottobre del 1874.

Gli studi vennero poi ripresi all’ospedale Gesù e Maria di Roma dal clinico napoletano Salvatore De Tommasi, che nel 1883 pubblicò il suo libro sulla pellagra.

Questi studi vennero seguiti a Torre Annunziata dal giovane medico condotto comunale dottor Giuseppe Cuccurullo, clinico di famiglia dei Lebano.

Il secondogenito Filippo si ammalò nel 1883: polso debole, pressione sanguigna con sbalzi continui, vomito, nausea, diarrea, sete continua,dolori ai reni, allo sterno e intestinali, bruciori allo stomaco, inapettenza, cefalea,occhi rossi. Rfiutava il cibo solido e liquido cucinato, riusciva solo a nutrirsi con brodo e carne rossa cruda.

Il dottor Cuccurullo lo curò con aceto, limone,salassi, tintura di iodio, brodo caldo di pollo, riso in bianco, pesce, pollo, tacchino in bianco, patate e ghiaccio in fronte, chinino per ridurre la febbre, pillole erboristiche dei monaci del monte Athos. Nello stesso tempo prescrisse di bollire l’acqua prima di berla e di usare cibi controllati.  Il piccolo malato sembrò migliorare, ma il giorno successivo si presentò la diarrea liquida.

Il medico voleva dunque ricoverarlo in ospedale, ma Virginia si oppose preferendo ricorrere ad esorcismi. Giustiniano fece comunque ricoverare il bambino all’ospedale civile di Torre Annunziata; dopo le indagini mediche si diagnosticò la gastroenterite precolerosa; dopo un notevole miglioramento il piccolo Filippo venne dimesso.

Per i medici era guarito, ma tornato a Villa Lebano, il bambino ebbe una gravissima ricaduta. Ricominciò il via vai di erboristi, medici, santoni, monaci, sacerdoti ed esorcisti.

Virginia Lebano, in preda alla paura di perdere ancora una volta un figlio, in una notte di settembre lo portò di nascosto nello studio del marito. Bruciò alcuni libri, incensi, oli essenziali, cartelle del Banco di Napoli; invocò in un cerchio magico gli angeli per guarire il figlioletto, in un deleterio parossismo sempre più grave.

Prima di essere fermata, rimase sfigurata dal fuoco; soccorsa dai domestici e dal marito Giustiniano vennero portati in ospedale, dove il piccolo Filippo morì all’alba.

Virginia, una volta dimessa, con una diagnosi di pazzia causata dalla pellagra da cui ella tessa era stata colpita, dopo un insensato tentativo di fuggire dalla casa venne rinchiusa nella sua camera, sorvegliata dalla sua governante signora Cecchini.

Silvia, l’unica figlia superstite venne per prudenza mandata in collegio a Sorrento. In seguito sposerà il medico di famiglia Giuseppe Cuccurullo.

Virginia passò il resto della sua vita tra silenzi ed episodi di furia, con attacchi sempre più gravi e frequenti di epilessia; dopo un tentativo di fuggire dalla casa, fu tenuta legata a letto.

Seguita dal genero Giuseppe Cuccurullo, morì nel luglio del 1904 in preda a violenti crisi maniacali e allucinazioni.

Michele di Iorio

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