Salvatore Maniscalco, pioniere dell’antimafia

19 marzo 2015 16:43 0 commenti

porto_siciliaSalvatore Maniscalco nacque nel 1813 da famiglia palermitana, discendente da baroni di origine normanna presenti in Puglia dal 1108.

Il capostipite fu Guglielmo barone di Andria, cui successe suo figlio Tommaso, barone di Liccio nel 1090.

Il ramo primogenito baronale si estinse e continuò con Riccardo in Sicilia.

Salvatore Maniscalco nacque a bordo di un bastimento civile in rotta verso Messina, nella giurisdizione territoriale dove era in servizio suo padre, primo sergente dello squadrone a cavallo di linea borbonica.

Educato a Messina, nel 1833 si arruolò volontario nella Real Gendarmeria per una coscrizione di 8 anni. Era di stanza a Palermo e si distinse nel 1837 durante i tumulti degli operai ribelli delle zolfare. Avanzò man mano di grado fino a diventare sergente maggiore dei gendarmi a Catanzaro, nel 1843.

Un anno dopo fu al comando dei soldati che catturarono gli uomini della spedizione dei fratelli Bandiera nel vallone di Rovito. Diresse il plotone di esecuzione che giustiziò i nemici, ottenendo la promozione a primo tenente della Gendarmeria a cavallo di Catanzaro.

Nel 1846 partecipò, agli ordini del capitano Galluppi alle battute di polizia sull’Aspromonte per la cattura del famigerato brigante Giosafatte Talarico. In un primo scontro a fuoco persero la vita 8 gendarmi, compreso Galluppi, mentre vennero uccisi tre briganti. In un’altra scaramuccia morirono 10 militari, ma la banda fu decimata e Talarico si arrese. Condannato a morte, la sentenza venne commutata da Ferdiando II in ergastolo e deportazione nell’isola di Ischia.

Dopo questa impresa, Maniscalco fu nominato Aiutante di campo. Protagonista di molte azioni vittoriose, ricevette dal generale Carlo Filangieri l’ordine di reprimere la rivolta calabrese del 1848, distinguendosi per tenacia e lealismo.

In settembre partì dunque per la riconquista di Messina. Filangieri lo promosse capitano di Gendarmeria e Prefetto di polizia provinciale di Messina, dove si distinse dimostrando fermezza nel ristabilire l’ordine pubblico.

Nel 1850 Maniscalco riassettò l’intero organo di polizia siciliana ottenendo grandi risultati sia nel controllo della criminalità comune che nell’eliminazione di attività eversive. Introdusse l’uso delle prime schede segnaletiche, conservate in archivio a Palermo sull’esempio sul sistema della Sureté o polizia criminale francese, ideato dal famoso commissario Vidocq.

Intervenne in tutti i campi del delinquere: tra l’altro proibì il gioco d’azzardo del biribisso.

Salvatore Maniscalco era un bell’uomo: capelli biondo scuro ben pettinati, sempre profumato, baffi e bassette corte, occhi azzurri e statura media. Aveva ottima memoria e intuizione, ed era astuto e intelligente. Mandava continuamente rapporti confidenziali al generale Filangieri, tenendolo informato su ogni aspetto e ramificazione della mafia isolana.

Si serviva di confidenti, aveva spie nei bassifondi, dappertutto. Preferiva ascoltare molto e parlare poco. Pienamente padrone di sé, nonostante l’indole calda e vivace sapeva reprimere le sue passioni. Spesso in abiti borghesi, compiva frequenti ispezioni e visite. Quando vestiva – raramente – l’uniforme di capitano di gendarmeria, vi appuntava orgogliosamente le sue medaglie d’Oro e Croci.

Frequentava con molta discrezione teatri pubblici e concerti. Era solito leggere seduto al tavolino di qualche caffè Il Giornale delle Due Sicilie e La gazzetta di Sicilia. Abbastanza colto, corretto e molto educato e raffinato, zelante e fedelissimo al re, di notte studiava diritto, araldica, strategia militare, criminologia, storia.

Aveva uomini di fiducia in tutti i comuni siciliani, perché per prassi non si fidava mai completamente dei suoi sottoposti, ad eccezione del suo segretario personale Favarolo, che chiamava scherzosamente fava d’oro. Comunque, preferiva sempre rendersi conto personalmente di ogni cosa. Era temuto dalla gran maggioranza della nobiltà siciliana tradizionalmente separatista e così dalla borghesia, ma soprattutto dalla mafia

Il 26 novembre 1851 fu promosso da Filangieri da Prevosto e Intendente provinciale a Direttore generale della Polizia di Sicilia, in qualità di capitano e aiutante maggiore di Gendarmeria.

Salvatore Maniscalco ebbe una liasion molto lunga e riservata con una bellissima nobile sua parente, ma su consiglio del Filangieri sposò nel 1854 Vincenzina Nicastro,figlia del procuratore generale di Palermo, di cui fu innamorato e fedelissimo marito.

Il primo figlio ebbe come padrino di battesimo il generale Filangieri. Con quest’ultimo mantenne sempre una corrispondenza riservata, nella quale discutevano sulla corruzione del governo isolano.

Maniscalco visse a Palermo in via Abela, che nell’Ottocento veniva chiamata dal popolo strada del direttore di polizia. Conduceva una vita semplice ed austera, buon marito e padre di 7 figli, in una casa borghese in fitto. Usciva spesso a piedi col segretario Favarolo e solo due gendarmi di scorta, in abito borghese e a passo di marcia militaresco.

Nel 1854 inasprì la lotta alla criminalità e alla sovversione effettuando decine di arresti e destituzioni. Protesse e dotò di scorta il servizio telegrafico. Nel 1856 Maniscalco a Mezzojuso sventò la congiura del barone Bentivoglio, sobillato dalla flotta inglese e da agenti mazziniani.

Nel 1857 diede con successo la caccia alla banda del brigante Spinuzza, usando metodi spietati come monito per la popolazione.

Con occhio attento alla sicurezza di coloro che operavano per il bene del Regno, rafforzò notevolmente i servizi di scorta.

Fu sempre disponibile e gentile con il nuovo luogotenente di Sicilia, il principe Ruffo di Castelcicala, anche se tra i due non vi fu mai empatia. Infatti il Castelcicala usava metodi troppo duri per la repressione: atroci torture giudiziarie che nel 1859 gli valsero la destituzione dal suo incarico.

Invece Maniscalco, oltre a distinguersi nelle operazioni di soccorso in occasione dell’epidemia di colera del 1854 e del terremoto del 1857, era uomo d’ordine ma soprattutto di giustizia, e durante il suo mandato fece spesso salva la vita a sospettati politici.

Attento alle novità, favori la diffusione dei francobolli, sull’esempio dell’iniziativa inglese.

Salvatore Maniscalco era un baluardo borbonico in Sicilia, e dava fastidio ai separatisti. Così, il 27 novembre 1859, mentre di domenica mattina si recava a messa al Duomo, un piccolo mafioso, Vito Farina detto Farinella, lo colpì con due pugnalate ai reni. Non riuscì ad ucciderlo grazie al pronto intervento della scorta. L’attentatore gettato il coltello si dileguò tra la folla. All’episodio seguirono molti arresti, tra cui il Farinella, che sotto tortura rivelò i nomi dei mandanti, ovvero nobili liberali palermitani, che furono a loro volta catturati.

Maniscalco intensificò retate e arresti di presunti cospiratori contro il Regno. Il 4 aprile assalì il monastero della Gancia stroncando la cospirazione di giovani diretti dallo stagnino Francesco Riso.

La polizia venne a conoscenza che il 9 aprile 1860 era sbarcato sull’isola il capo dei congiurati Rosolino Pilo, e aveva radunato mille siciliani. Gli arresti si moltiplicarono.

Il governo centrale venne avvisato del prossimo arrivo di Garibaldi partito. Il regio governo schierò al lardo della Sicilia 25 navi da guerra in crociera e 22mila soldati e gendarmi sulla costa per fermare lo sbarco e impedire la rivoluzione isolana, come temeva il Maniscalco.

Gli inglesi e la massoneria siciliana in combutta con la mafia riuscirono comunque a far sbarcare a Marsala Garibaldi con i suoi mille uomini. Il resto è storia: la corruzione di alcuni generali borbonici permise ai garibaldini di ottenere una serie di vittorie.

Cominciarono le stragi. A questo punto Maniscalco fece mettere in salvo la famiglia a Napoli. Il 6 giugno li raggiunse ed insieme si imbarcarono per Marsiglia, sperando in un rovesciamento della situazione militare.

Con il generale Clary, riparato come lui in Francia, Maniscalco organizzò un comitato borbonico per sostenere con soldi e navi l’assedio di Gaeta.

Dopo la resa, si diedero ad organizzare e sostenere il cosiddetto brigantaggio, collegando i vari comitati.

Per anni Salvatore Maniscalco continuò ad operare per la restaurazione dei Borbone sul trono delle Due Sicilie, auspicando una federazione di stati preunitari – Stato pontificio, Ducato di Modena e Parma, Granducato di Toscana e Regno delle Due Sicilie – che potesse opporsi al regno unitario.

Trasferitosi ad Avignone nel 1864, vi morì in misteriosamente l’11 maggio. Un mistero che s’infittì per il mancato ritrovamento delle sue memorie …

Michele Di Iorio

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