Robert Capa e la macchina Leica

6 dicembre 2012 07:41 0 commenti

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La radura lo circondava da ogni parte: gli era quasi addosso nella sua lussureggiante potenza. Una muraglia verde smeraldo lo circondava. No: era una sinfonia di sfumature di quel colore. Solo distaccando lo sguardo, era come se la retina dell’occhio conservasse quel singolo colore dominante. Quando lo sguardo si fermava sui singoli elementi vedeva che erano tante, tantissime gradazioni di quel colore: era una sinfonia indescrivibile, insieme alle modulazioni dei versi degli animali aerei, che però quando procedevano in ordinata fila si attenuavano nell’immediata zona di transito.

Ma appena si fermavano, esse riprendevano in un crescendo ordinato, inarrestabile,  che arrivava piano ad essere assordante, per poi attenuarsi e riprendere ricco di retrosuoni.

Era giorno. Ma il sole penetrava a stento: era come il regno di un interminabile crepuscolo.

A pensarci si deprimeva: lui che veniva dalle contrade più calde e solari d’Europa e dell’Africa, faceva fatica a non sentire più attorno, addosso a sé il sole che lo guidava.

Per quanto Robert teneva la sua macchina fotografica sempre pronta a scattare, come un pistolero dei film western americani, diceva osservandolo con un caldo sorriso la sua amata compagna Gerda (Taro), si rendeva conto che col suo obiettivo da 30mm non poteva fendere quella muraglia, troppo forte era il contrasto che lo circondava.

E comunque ora non c’era spazio per fermarsi troppo in quella zona: questi erano gli ordini cui doveva sottostare se voleva arrivare a quel villaggio con la “protezione“  dei paras francesi.

Il sentiero era a malapena segnato. Il caldo era asfissiante: a stento sentiva l’aria che dal polmone si spandeva su per il corpo: anzi gli sembrava di avvertire quel movimento, che avveniva lentamente, faticosamente. Gli sembrava di respirare un’aria calda, collosa.

Si sentiva affaticato: come mai prima nella sua pur movimentata vita di fotoreporter. Questo pensiero di inadeguatezza lo veniva a trovare sempre più spesso: lo tormentava. Questa sensazione lo faceva star male.

Si era proprio così: lui, André Ernoe Friedmann, questo era il suo vero nome, col quale si rivolgeva a se stesso nel silenzio della sua anima, di quell’ungherese di origine ebraica, imponendosi il nome di Robert Capa, che aveva lasciato la nativa e troppo opprimente e conformista Budapest allo scoccare dei suoi18 anni (nel 1931) per sfidare il mondo, ora che il mondo lo stava vedendo, non poteva averne paura.

Non doveva. Non doveva darla vinta a quei pochi rimasti nel suo quartiere, non ebrei,che prevedevano che il lunatico André sarebbe ritornato sconfitto e deluso. O, se tra di loro lo chiamavano “Robert” , con quella particolare modulazione di voce, era solo per disprezzarne il “tradimento”, dicendo che era diventato famoso solo per quella fortunosa foto ”del miliziano repubblicano”, scattata nel36 aCòrdova (Cerro Muriano, nei pressi di C.) : e chissà se l’aveva scattata davvero …

Ma lui non se ne curava più di tanto: anzi sorrideva tra sé a quei pettegolezzi invidiosi. Era stato in tante di quelle parti in prima linea, che questo tipo di meschinità non lo toccava …

Gli veniva in mente quel momento. Lui voleva scattare su un “normale” soldato che combatteva per la democrazia contro i franchisti, sostenuti dai nazisti tedeschi e fascisti italiani.

Era come se domandasse, attraverso lo sguardo della sua fedelissima Leica M3D, che portava ancora qui con lui, insieme ad altre fotocamere, che cosa spingesse un qualunque cittadino a prendere le armi per al Repubblica: e proprio mentre lo fissava nell’obiettivo, si accorse che era stato colpito, a morte sul colpo.

E che, come scoprì allo sviluppo del rollino nella camera oscura, aveva scattato quasi senza saperlo, come in un riflesso condizionato.

Il proiettile di un cecchino l’aveva preso da lontano. Il volto dell’uomo conservava quell’impressione attonita; ma anche Robert era rimasto scioccato: gli era andato vicino, si era accovacciato per terra accanto a lui e vi era restato fermo e in silenzio, con la macchina che gli penzolava al collo.

Era passato del tempo: ricordava che si era riscosso da quella immobilità solo quando erano venuti i barellieri a prenderlo; e solo allora si era accorto che dietro a lui c’era Gerda, rispettosa di quel momento suo; come al solito attenta, e sensibile: e se n’era stata anche lei, con lui, silenziosa.

Di più: come lui si era immersa in quel silenzio profondo, che cerca il contatto con la parte di sé più riposta e lontana, quella regione del sé che raramente si raggiunge; ma che permette di maturare consapevolezze: illuminazioni che sembrano improvvise. Ma che vengono da dimensioni delle propria persona molto profonde, apparentemente sconosciute: ma tali solo ai livelli più superficiali, quelli quotidiani, utili alla sopravvivenza immediata, gli venne in mente che si disse, proprio davanti a quel corpo sconosciuto, privo di vita (forse l’anarchico catalano Federìco Borrell Garcia).

E allora decise che la vita, personale e professionale, andava vissuta con decisione e anche temerarietà, su tutti i fronti in cui poteva dare il suo contributo per la democrazia: era come se lo dovesse a quello sconosciuto, ora cadavere, generoso e idealista fino al sacrificio supremo.

Come anche gli venne in quel momento, che non si sentì mai così vicino alla sua bellissima Gerda. Il pensiero di lei l’assalì ancora una volta. Il suo sorriso vivo e affascinante si sarebbe spento di lì poco,sempre in quella disgraziata guerra, a Brunete nel37, inuno stupido incidente.

Il dolore lo investì, lancinante e vivo, ora come allora. Ma si consola, in minima parte, pensando che qualcosa di lei è ancora vivo: anche in suo onore, di quei valori in cui credeva ardentemente,  che con amici e colleghi anche famosi, che la pensavano come loro (H.Cartier-Bresson; D.Seymour; W.Vandivert ecc.), che sviluppò e diede vita (Parigi 1947) ad una sua idea: l’Agenzia fotografica Magnum, che aveva due caratteristiche  molto precise: cooperatva e fautrice di democrazia.

Per questo era lì in quel posto schifoso…Ma sentì che qualcosa era avvenuto: i soldati lo guardavano allibiti e spaventati: era entrato in un campo minato, e sentì che il piede aveva mosso il clic.

L’ultima cosa che fece, anche qui come in un gesto istintivo, gettò via da sé le sue fotocamere …

Oggi quelle Leica sono andate all’asta a Vienna: 5 tra cui la leggendaria M3D che appartenne a Robert Capa.

(Fonte foto: web)

Francesco “Ciccio” Capozzi

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