Ricordi di una vita non vissuta. Mio Padre

9 ottobre 2014 09:07 0 commenti

laltopiano-di-asiago-by-linda-frigoSiamo sull’Altopiano di Asiago, nella zona delle Melette di Gallio.

È una bellissima giornata di settembre del 1917. L’Italia è in guerra contro l’Austria; gli invasori austriaci combattono cruentamente contro i nostri soldati che, pur essendo inferiori di mezzi, oppongono una resistenza eroica, lasciando sul terreno morti e feriti.

Quel mattino limpido era cominciato con un tentativo degli austriaci di sfondare il fronte: prima il furioso fuoco delle artiglierie, poi l’attacco dei fanti di montagna, con la baionetta in resta.

Dopo un’intensa lotta corpo a corpo, il nemico è stato respinto, il fronte salvo.

I giovani soldati a centinaia di migliaia arrivati da tutta Italia, anche dal profondo sud e dalla Sardegna, per difendere il suolo patrio contro l’invasore, sono  mandati da comandanti inumani a morire contro le micidiali mitragliatrici austriache che annientano intere compagnie.  I soldati che si rifiutano di andare allo sbaraglio subiscono una punizione tremenda:la decimazione.

La montagna è cosparsa di cadaveri e molti sono i feriti. Una breve che tregua serve a raccogliere feriti e morti.

Fra i soldati italiani feriti vi è un giovane ventenne, classe 1897; è un tenente della fanteria che guidava all’assalto i suoi uomini.  La mano destra era alzata per incitarli e guidarli, quando un proietto di obice gli scoppiò nelle vicinanze abbattendo alcuni soldati  e recidendogli di netto la mano poco sopra il polso; un’altra scheggia  si conficcò nell’osso della tibia della gamba sinistra e lo  fece cadere a terra.

Quel tenente è un giovane alto, forte, atletico e agile nei movimenti, un gigante  al confronto degli altri commilitoni. Ferito più nell’animo e nell’orgoglio che nel fisico, il tenente non potrà più combattere per sconfiggere l’invasore.

Arrivano i barellieri che faticano a porlo sulla barella: sono due giovani meridionali, arruolatisi per salvare la Patria, pronti a sacrificare la vita per la sua difesa.

Il giovane tenente è trasportato con fatica e tenacia dalle due reclute fino al primo punto di soccorso, una baracca dove giacciono altri feriti.

Il capitano medico quando lo vede gli vuole dare subito la precedenza, ma lui: «No, prima i miei uomini, poi toccherà a me».

Una volta medicato il capitano lo avvia all’ospedale da campo, allestito presso la Madonna del Buso, dalle parti di Stoccareddo. Raggiunge la località sdraiato su di una carretta militare che scende a valle lentamente, trainata da due muli.   Il carrettiere, un giovane alpino di Belluno, lungo il tragitto offre una sigaretta al tenente ferito.

«Da dove vienlo sior tenente?» «Son dell’Altopiano, vengo da Canove»”. «Ah, ben – gli risponde l’alpino – mi son da Belluno, son sposà e go tre fioi piccoli, ma son contento de essere qua a difendere la me Patria».

Nella notte un soldato ferito, che assieme agli altri stava scendendo a valle, è morto.

Come lui tanti, a decine di migliaia lasceranno la vita quassù sulle nostre montagne, fra rocce, mughe, abeti, rododendri e tanti fiori  che veglieranno sui loro corpi straziati.

Per loro la guerra è finita. D’ora in poi regnerà la pace eterna, senza più nemici, senza più rumore.

È mattino, oramai la carretta è in vista dell’ospedale.

Il moncone della mano recisa dalla scheggia ha cominciato a suppurare, bisognerà tagliare ancora un po’ dell’avambraccio. Non c’è più cloroformio, ma il chirurgo opera lo stesso ed il giovane gigante sopporta l’operazione senza un lamento.

La scheggia nella tibia non è asportabile, c’è il rischio di danneggiare l’arteria che si trova troppo vicino. È stata una fortuna che non sia stata colpita, diversamente sarebbe morto dissanguato. Avanti un altro.

Il giorno seguente sale la febbre, ma lui è forte, resiste, non si lamenta. L’indomani sarà portato nelle retrovie, all’ospedale di Vicenza, requisito dell’esercito per ricoverare i feriti delle battaglie sull’Altopiano.

Il giovane, adeguatamente assistito anche dai genitori e dalla sorella sfollati in pianura,  si rimette in sesto in breve tempo.

Sull’Altopiano intanto piovono bombe dappertutto: le case sono distrutte, i boschi rigogliosi falciati da granate e mitragliatrici.  È un inferno.

Finisce la guerra.

L’Italia, sfinita ma vittoriosa sul nemico austriaco, vuole rinascere. La volontà dei suoi figli, unita alla creatività italiana, fanno miracoli. I tempi sono difficili ma si sopravvive, tutti riprendono a lavorare.

Il giovane soldato ferito, oramai guarito ma mutilato della mano destra, è ritornato a casa, vuole essere d’aiuto nella ricostruzione. Il paese è stato raso al suolo dalle bombe, così pure la casa dei suoi genitori. Ricostruirla sarà l’impegno più urgente che lo vedrà impegnato nell’immediato dopo guerra.

Con una forza ed una volontà che lo contraddistingue da tutti, s’impegna nella costruzione di una nuova segheria. Acquista alla fiera campionaria di Milano un macchinario munito di molte lame che tagliano un tronco intero in una sola mandata, ricavandone tavole di vario spessore predeterminato. Il lavoro c’è, si devono ricostruire i paesi distrutti. Il legname segato è molto richiesto.

Il Governo per onorare i caduti e raccoglierne le salme in un unico luogo sacro ha deciso di far costruire un grande ossario, su una collina ai limiti d’Asiago, un’opera colossale.

Questo mastodontico lavoro sarà la rinascita economica per molte famiglie dell’Altopiano.

Molti sfollati ritornano a vivere sui luoghi natii e trovano rifugio in baracche,  costruite occasionalmente per iniziare la ricostruzione dei paesi distrutti. Lo scalpellino, lo spaccasassi, il boscaiolo, il carrettiere, sono i lavori che vanno per la maggiore.

Di legname falciato dalle bombe dalle mitragliatrici ce n’è in abbondanza nei boschi dell’Altopiano. Il nostro gigante buono, assume pertanto parecchi boscaioli e carrettieri del posto, creando lavoro per la gente che con la guerra ha perso tutto o quasi.

Il tenente in congedo illimitato, nel pieno delle sue giovani forze, con un carattere d’acciaio ma con un cuore grande ed umano, è sempre nei boschi per dirigere il taglio degli alberi.

Se c’è bisogno  di dare una mano, fare uno sforzo per caricare un grosso tronco sul carro trainato dai cavalli,  mette a disposizione la sua grande forza, anche se ora ha una sola mano disponibile.

A quei tempi non esistevano mezzi meccanici per il carico dei tronchi, si usavano le braccia assieme alle tecniche che l’intelligenza suggeriva per vincere il peso. Una corda tenuta saldamente da due uomini forti, assicurata al carro e passata sotto il tronco da caricare, oltre che aiutare il carico dello stesso, sistemato sui paradori – due tronchi posti orizzontalmente da terra al carro – garantiva la sicurezza degli operai che con gli zappini tiravano, o con le spalle spingevano.

Gli alberi venivano abbattuti utilizzando un segone dentato, con all’estremità due paletti di legno come impugnatura. Era tirato in sequenza da due operai, che con questo movimento segavano il tronco fino a quando l’albero, nel quale precedentemente avevano fatto con l’accetta un cuneo, cadeva a terra con gran fragore.

Il lungo fusto veniva poi ridotto a pezzi di misura commerciale, scortecciato per facilitarne lo scivolamento sul terreno e causarne la perdita di peso con l’evaporazione dell’acqua dalle fibre.

I tronchi così ricavati erano trainati fino al punto di carico da cavalli bardati con un basto fatto di cuoio e di legno, sapientemente legati fra loro da esperti artigiani.

All’estremità vi erano fissati due lunghi pezzi di legno, in genere di faggio, sagomati allo scopo, cui erano fissate delle catene munite di cunei di ferro inflitti nei tronchi con l’uso di uno zappino particolarmente pesante.

Non era certamente leggero lavorare in bosco, procurare il legname per la segheria, ma dava  molte soddisfazioni ed era fatto sempre con passione, oltre che competenza.

Nell’anno 1924 il Regno d’Italia si ricordò del figlio che aveva combattuto eroicamente per la Patria sulle montagne dell’Altopiano.  Gli rese onore concedendogli una medaglia al valore ed il cavalierato dell’Ordine dei Cavalieri del Re, per atti eroici compiuti in battaglia.

Da quel giorno fu sempre e dovunque riconosciuto come il “Cavaliere Milo” – soprannome di famiglia – onorificenza che portò con onore fino alla morte.

(Foto by Linda Frigo)

 

      Gilberto Frigo, l’uomo del Nord

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