Pilone, il sergente borbonico Antonio Cozzolino: la vera storia – II parte

24 agosto 2013 07:13 0 commenti

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Eravamo dunque rimasti a che Antonio Cozzolino, il nostro eroe Pilone, era a Milazzo.

Il 24 agosto s’imbarcò per Napoli, dove arrivò il 27 agosto.

Andò al suo paese; fuori la taverna Del Mauro incontrò i liberali e non venne alle mani con loro solo perché fu trattenuto dal suo amico oste Paolo Ciollaro.

Il 2 settembre fece dunque ritorno in treno al suo battaglione di stanza a Nocera; per ordine dello Stato maggiore dovettero ripiegare sul fiume Volturno due giorni dopo.

Pilone combattè a Caiazzo il 21 settembre guadagnandosi la promozione a sergente maggiore dei Cacciatori dell’VIII borbonico; il 1 e 2 ottobre si distinse poi nella grande battaglia del Volturno e dopo la resa del 13 febbraio 1861 ripiegò su Gaeta.

Catturato dalle truppe piemontesi perché non si era presentato alla leva dell’esercito unitario, venne rinchiuso nel carcere militare di Ischia; una volta liberato se ne tornò a Boscotrecase, dove riprese il suo antico lavoro di scalpellino.

In seguito fu ospite a Boscoreale di suo cognato Raffaele Falanga, agiato possidente, con la moglie e i figli.

Il 25 marzo insieme brindarono nella bettola del suo amico Gennaro Lettieri con sciampagna , dono di una delle sue tante appassionate ammiratrici, la moglie del locandiere dell’Hotel Diomede di Pompei; facevano parte della comitiva il giudice regio del circondario Camillo D’Avino e gli ufficiali della guardia nazionale filosabauda.

Si era forse piegato Pilone? Era arrivato a riconoscere l’autorità dei conquistatori?

Eppure il 29 marzo, antivigilia della Santa Pasqua, accompagnato da Vincenzo Vangone, di Boscotrecase, sarto in Resina, Pilone raggiunse a Portici in piazza San Pasquale il conte Ricciardi di Camaldoli, patrizio di Napoli e di Torre del Greco, presidente del comitato borbonico napoletano, formato dal barone Caracciolo di San Vito, suo antico ufficiale superiore, il principe di Montemiletto e il principe Medici di Ottaiano e duca di Palma Campania;.

Venne dunque portato a conoscenza che in Basilicata era scoppiata la controrivoluzione con migliaia di contadini e montanari locali che insieme a 500 soldati sbandati borbonici al comando del caporale borbonico Carmine Donatelli detto Crocco, ex garibaldino; cosi in Puglia con il sergente Pasquale Romano con 4000 sbandati borbonici con migliaia di contadini pugliesi.

Lo stesso stava avvenendo sulle montagne d’Abruzzo e Molise, lungo il confine con il Lazio pontifico, in varie parti della Campania e anche sulle montagne della Calabria,

Pilone prese così coscienza che i suoi sentimenti erano gli stessi di tanti meridionali, non soltanto delusi dal governo unitario, ma fedeli a re Francesco II sceglievano di combattere per lui e per il Regno delle Due Sicilie.

Era quello che gli serviva per fargli decidere di passare all’azione.

Il sergente Cozzolino se ne tornò al suo paese e raccontò queste notizie allo zio Ferdinando Cozzolino e all’amico taverniere Luigi Buono da Boscotrecase; tra la mattina di Pasqua 1861 e il giorno successivo entrò in contatto tramite l’oste Paolo Collaro con Barone, il capobanda dei briganti di Somma Vesuviana, che dalla montagna minacciava i piemontesi dei paesi vicini con soli otto uomini.

Seppe inoltre che una compagnia di bersaglieri aveva occupato Somma il giorno 6 giugno a passo di corsa e con un cannone: avevano massacrato 3 banditi e fucilati gli altri sulla montagna.

Dopo la “spiata” di Celestino Acampora di Boscotrecase, informatore di polizia e di guardie nazionali, il capobanda Barone fu catturato a Trocchia, dove si era nascosto nell’armadio della casa della sua amante, la vedova Palombella.

Il 7 giugno suo cugino, il capitano Cozzolino della guardia nazionale di Boscotrecase, fece poi sapere a Pilone che il sindaco, noto liberale, non aveva gli aveva concesso il rientro nella guardia nazionale come sottoufficiale perché considerato disertore e renitente alla leva militare italiana.

Ormai bollato traditore borbonico, Pilone prese dunque la via della montagna, in compagnia di due amici renitenti alla leva, Giuseppe Iaccuillo e Ludovico Perugino, nascondendosi nelle cave e grotte alle pendici del Vesuvio; il cibo gli veniva fornito dal suo fedele amico Paolo Ciollaro e da sua moglie, anche lei vittima del fascino di Antonio Cozzolino.

Il 22 giugno 1861 dal monte Somma sparò per la prima volta sui treni che passavano a Santa Anastasia; poi la stessa azione a Pompei, Scafati, Resina, Boscoreale, e dopo gli assalti svaligiava il convoglio; liberò anche nove prigionieri militari borbonici dalle carceri di Torre Annunziata e li prese con sé nella banda.

Rubavano, è vero, ma distribuiva cibo, vino, foraggio ai contadini poveri insieme a un po’ di oro per quelli più bisognosi e per le ragazze senza dote dei comuni vesuviani.

Il 9 luglio del 1861 la banda pilone assaltò Boscotrecase: respinta la guardia nazionale al comando di suo cugino il capitano Cozzolino, uccise due militari e ne ferì gravemente altri due; s’impadronì dei fucili dalla loro caserma e poi prese a tirare giù a schioppettate stemmi e bandiere sabaude dagli edifici pubblici a colpi e innastò il vessillo borbonico sul municipio.

Nasceva la leggenda intono a Pilone: 10 guardie nazionali s’unirono a lui mentre la popolazione sventolava fazzoletti e lenzuoli bianchi al grido di viva il re Francesco II di Borbone; così anche il giorno dopo a Boscoreale e al posto di guardia dei militi nazionali di Terzigno.

Poi ancora un assalto alla stazione ferroviaria di Castel Cisterna, dove fu ucciso il proprietario liberale del caffè che tentò di impugnare un fucile contro i guerriglieri patrioti.

Continuò le sue sortite con la tecnica militare guerrigliera: in quei giorni occupò Villa delle Ginestre di Torre del Greco e tentò di sequestrare il vicepresidente del Senato Ferrigno, cognato del deputato parlamentare torrese Giuseppe Ricciardi: fu necessario l’intervento dei bersaglieri e carabinieri per far sloggiare la banda di Pilone.

Il nostro tentò di spaventare anche l’avvocato Lebano facendo irruzione a cavallo per le vie di Trecase, tanto che a Lebano venne assegnata una scorta di tre uomini.

Poi sparando e gridando viva re Francesco il 22 luglio andò a saccheggiare sul Vomero il casino di caccia del signor Giulio Sarno a Cappella dei Cangiani.

La fama di Antonio Cozzolino cominciò a dilagare tra la popolazione: aveva trovato il suo eroico paladino.

Si parlava tanto delle sue gesta che si finì con l’attirare l’attenzione del questore di Napoli, l’avvocato Nicola Amore …

Pilone diventò così il nemico da abbattere ad ogni costo, il brigante feroce quale fu fatto passare alla storia …

Ma il resto lo racconteremo la prossima volta.

Michele di Iorio

Articolo precedente http://www.lospeaker.it/pilone-il-sergente-borbonico-antonio-cozzolino-la-vera-storia/

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