‘O munaciello, spiritello napoletano

29 aprile 2014 19:21 0 commenti

munacielloNapoli, città piena di diverse vibrazioni energetiche, la tradizione di spiriti e di fantasmi, simpaticamente antica, investe molti luoghi, come la casa degli spiriti di Marechiaro o quella del palazzo dei marchesi Artiaco alla vecchia via Anticaglia, proprio all’incrocio per il vicolo Limoncelli, addirittura una scuola per entità a Posillipo, il palazzo donn’Anna pieno di fantasmi storici, o palazzo de Sangro a piazza san Domenico maggiore, dove dimorano le anime inquiete degli amanti e del pittore Belisario Corenzio. Per non dimenticare poi la vicina cappella Sansevero satura di spiriti, perfino di quello didon Raimondo de Sangro.

E che dire d’a bella ‘mbriana, la fata protettrice di tante case dei vicoli del centro storico partenopeo, percorsi tortuosi in cui brividi di paura e sensualità spesso vengono provocati da entità femminili bellissime, sia vive che morte … Donne da capogiro che se ne vanno a spasso per la capitale dell’ex regno, il più arcano e bello d’Italia …

Forse lo spirito più famoso è quello d’o munaciello, che impazza nei quartieri popolari tra Porto, Pendino, Mercato e Sanità; la sua tradizione nacque sotto il regno di re Alfonso d’Aragona nell’anno di grazia 1445.

La Napoli romana aveva tre strade principali o decumani, le attuali via Tribunali, via San Biagio dei Librai e via Anticaglia, oggi via San Giuseppe dei Rufi, che sfociano parallelamente su via Duomo, tra vicoli grondanti miseria e nobiltà in un intreccio di tradizioni popolari e storiche.

In via Anticaglia sorgeva in tempo greco romano e il famoso teatro di Neapolis, dove nell’anno 67 d.C. cantò l’imperatore Nerone; la strada era essa stessa un teatro a cielo aperto con grida di mercanti e artigiani che scandivano le esibizioni di saltimbanchi, attori, ballerine e musici, che facevano da sottofondo ai responsi degli astrologi, indovini, sacerdoti egizi di Osiridie e di Iside …

L’anfiteatro grecoromano nel corso dei secoli fu danneggiato da tanti terremoti; già nell’anno 80 d.C. l’imperatore Domiziano fece costruire due archi di sostegno esterno in laterizio rosso, ancora visibili.

Le macerie del teatro, pietre piene di storia, vennero man mano utilizzate per costruire le case circostanti e la vicina chiesa di San Gaetano; nel 1304 il palazzo dei principi Caracciolo di Avellino a largo Avellino, realizzato dal real architetto Jacopo De Santis al servizio della regina Giovanna I Durazzo.

De Santis nel 1310 costruì anche il palazzo dei principi Capece Zurlo, tra i due archi romani, incorporando le rovine romane del teatro, al numero civico 8 di via Anticaglia.

Il cortile padronale con giardino del palazzo dava sul retro del vicino convento di Santa Maria delle Dame.

Un appartamento di Palazzo Capece Zurlo dal 1400 fu dato in fitto alla famiglia Ariano, originaria di vicolo San Paolo, vicino al Monastero delle 33, dove pare ebbe origine il mito del munaciello.

‘O munaciello era naturalmente un ragazzo in carne e ossa prima di diventare fantasma.

In questo vicolo nel 1445, nel basso di fronte la bottega di vini di origine egizia, aveva un negozio di vendita di panni la ricca famiglia Frezza di Ravello, diramatasi in Napoli,con la bella figlia Caterinuccia, di cui si era innamorato, ricambiato, il garzone del vinaio, il bel giovane Stefano Mariconda, abitante nel vicolo de’ Mercanti.

Il padre e i fratelli di Caterinuccia non volevano quest’unione a causa della differenza di censo, ma i due giovani di notte s’incontravano sul terrazzo di casa Frezza, e la ragazza rimase incinta.

I Frezza allora inviarono sicari mascherati che ferirono a pugnalate Stefano; poi lo gettarono giù nel vicolo ove rimase agonizzante tutta la notte. Il giorno seguente fu ritrovato cadavere.

Caterinuccia fuggì nel vicino monastero chiedendo asilo alle 33 suore; dopo pochi mesi partorì il suo bambino, un esserino deforme con la testa grossa su un corpo piccolo piccolo.

Le pie monache lo vestirono con un minuscolo saio coprendogli l’enorme testa con il cappuccio. Quando crebbe gli affidarono le mansioni di aiuto giardiniere del convento.

Il piccolo non ebbe vita facile: i ragazzi e i venditori ambulanti lo prendevano in giro e, peggio ancora, i parenti Frezza lo insultavano e gli gettavano sassi quando passava davanti la loro bottega. Un giorno, aveva solo otto anni, il bambino fu trovato strangolato in una cloaca del vicino vicolo Pisanelli. Era il22 marzo del 1456.

La madre mori d’infarto nel sapere la notizia; si racconta che i due fantasmi di Stefano e Caterinuccia da quel momento iniziarono ad apparire nel vicino palazzo dei principi Capece Zurlo, accompagnati spesso dal monaciello, che una volta apparve al principe Giacomo che morì di lì a poco, nel 1457. Da allora queste apparizioni vennero considerate foriere di brutte notizie.

‘O munaciello si presentava spesso a persone cattive con il cappuccio nero in testa e portava sfortuna; rompeva i vetri di finestre dei balconi e delle bottiglie, spostava i mobili, rompeva specchi, agitava le tende di notte e faceva sparire oggetti e somme di denaro, ma solo ai ricchi borghesi e agli avidi nobili.

Con il cappuccio rosso invece portava fortuna ai poveri e faceva apparire soldi a chi ne aveva bisogno.

Tra il terrore e la simpatia degli abitanti della zona, cominciarono a diffondersi le innumerevoli apparizioni del piccolo monaco.

Nel 1636 si racconta che apparve a donna Popa De Santis, che aveva sposato il nobile giudice don Antonio De Gennaro; la donna di lì a poco morì di parto.

Nel 1685 si presentò invece a Marc’Antonio Ariano, figlio di Antonio, povero fittavolo del palazzo Capece Zurlo, e gli portò fortuna: divenne mastro incisore della Real Zecca di Sant’Agostino; il 14 giugno 1799 salvò di notte suo nipote Ciro mentre si ritirava da un’avventura galante, facendo retrocedere i cavalli e nascondendo il giovane con calesse e cavalli dietro il portone, mentre arrivavano furibondi i lazzaroni favorevoli ai Sandefisti, con una testa di giacobino infilzata su una picca, che andavano a caccia di repubblicani per tutta Napoli, facendone strage, ma così assetati di sangue che non facevano distinzioni e uccisero anche molti innocenti.

Il piccolo monaco apparve a Pasquale De Santis nel 1834, anch’egli affittuario dello stesso palazzo napoletano: versava in gravi problemi economici ed ebbe la fortuna di esser scelto come volontario dell’esercito napoletano.

Col tempo, venne prima promosso alfiere dei Cacciatori a cavallo nel 1848 e l’anno seguente, insignito di croci cavalleresche, fu diventò capitano e poi maggiore nel 1857 e infine colonnello il 3 febbraio del 1860 durante l’assedio di Gaeta. De Santis seguì il suo re Francesco II di Borbone a Roma dove divenne ufficiale superiore della Cavalleria papalina.

Nel 1870, dopo la caduta di Roma, tornò a Napoli in miseria; il munaciello gli riapparve facendogli le boccacce, ma col cappuccio rosso sulla grossa testa: Pasquale vinse al lotto e aprì un grande negozio di biancheria alla Riviera di Chiaia.

Si racconta ancora della principessina Giovanna Capece Zurlo che, volendo essere felice sposando un marito ricco e bello, nel 1823 evocò varie volte i 9 spiriti che dimoravano nel palazzo. Solo all’apparire del munaciello, che pure le incuteva timore, il giorno dopo ebbe la gioia di essere chiesta in moglie dal giovane, bello e ricco Gerardo de Sangro di Sansevero, pronipote di Raimondo.

Anche suo padre ebbe fortuna: il principe Giovanni, fu nominato direttore della stazione ferroviaria di Caserta e poi Real intendente della provincia di L’Aquila in Abruzzo.

Un altro abitante del palazzo di via San Giuseppe dei Rufi, definito dal filosofo Benedetto Croce degli spiriti di Anticaglia, Antonio Ariano, litigava sempre con il padre Ciro; nel 1912 chiese perciò aiuto ai fantasmi della dimora Capece Zurlo, che gli apparvero in massa in una notte di luna piena, presente anche il munaciello col cappuccio rosso calzato in testa.

Subito dopo si arruolò in Marina dove iniziò la sua lunga e fortunata carriera; nel 1919 sposò con la bella Anna De Santis.

Si sentì in debito col munaciello e lo ringraziò: la notte trovò tanti soldi in casa.

Nel 1949 Tina Ariano, figlia di Antonio e di Anna De Santis, era affranta per il fidanzato disperso in guerra e perché la sua famiglia era ridotta in miseria. Forse non l’invocò nemmeno, ma il munaciello, manco a dirlo con cappuccio rosso, le si parò davanti facendole smorfie e ridendo. Tina cominciò a trovare soldi in casa,e  poco dopo si sposò. Nacque l’unico figlio e il piccolo monaco in una nuvola di evanescenza cullava il neonato; lei, grata, gli parlava con dolcezza, come una mamma, e il munaciello sembrava dormire contento ai piedi del letto. Poi spariva nella notte.

Queste che ho narrato sono vecchie storie di famiglia, ma sono sicuro che ognuno ha da raccontare le proprie.

‘O munaciello è la quintessenza di tutti gli spiriti di Napoli, una sorta di ectoplasma che di diverte a terrorizzare ma anche a fare del bene a chi ne ha bisogno.

E, come tutti i fantasmi napoletani, somiglia al popolo partenopeo, famoso per la natura scherzosa e spesso irriverente, ma soprattutto per la generosità e il cuore d’oro.

Michele Di Iorio

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