Michelangelo Antonioni alle origini del Pop

18 maggio 2015 09:02 0 commenti

la nottePARIGI (FRANCIA) – Michelangelo Antonioni, cineasta ferrarese di fama internazionale,  si è inserito tra quei registi del dopoguerra che hanno incentrato la loro analisi estetico/espressiva sulla rappresentazione del reale in chiave più variantistica e personale, al punto che tra i registi novecenteschi, è stato considerato il più contemporaneo.

Il suo stile, dopo un primo periodo di allineamento ai dettami del cinema neorealista italiano, si è incentrato sulla messa in scena di un nuovo tipo di rappresentazione realistica, più intima e ripiegata sulle vicende interpersonali. Un neorealismo dell’anima – è stato spesso definito – in cui la critica alla stanca e repressa borghesia del dopoguerra non smette di trarre nuovo vigore da ciò che ad Antonioni si palesa nella realtà contemporanea.

Pochi personaggi, molto frequenti i dialoghi, ma ancora di più la rappresentazione della città, dei suoi spazi e delle sue ambiguità che riflettono il comportamento dei soggetti.

La sua città natale, Ferrara, ha acquistato e riassemblato uno sterminato archivio di fotografie,  dipinti, sceneggiature, manoscritti, locandine, carteggi e lettere private. Questo prezioso materiale è stato prestato alla Cinémathèque française in occasione dell’esposizione “Michelangelo Antonioni: alle origini del Pop” (accessibile a tutti dal 9 aprile al 19 luglio), resa possibile dalla collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, le Gallerie d’Arte Moderna Contemporanea-Museo Michelangelo Antonioni e la Cinemateca di Bologna.

Il quinto piano della Cinémathèque è stato così allestito per ospitare la ricca collezione che, in occasione della Notte Europea dei Musei, è rimasta aperta fino a mezzanotte ad ingresso gratuito.

Un percorso tematico alla ricerca dell’influenza del cinema antonioniano alle origini della corrente artistica del pop, di cui film come “Professione Reporter e “Zabriskie Point (entrambi degli anni ’70) sembrano diretti anticipatori.  Secondo il curatore della mostra, Dominique Paini, le rotture ideologiche e morali, di cui sono stati protagonisti gli anni ’70, vennero da Antonioni tradotte in una messa in scena che ha fatto di lui un autore della gioventù, della moda e della contemporaneità, che per questo motivo si colloca alle pendici del movimento pop mondiale.

Spiccano i riferimenti ad artisti che più di altri seppero influenzare il suo cinema: Lucio Fontana, Alberto Burri, Giacomo Balla, Antony Tapies, Piero Manzoni; i plastici realizzati dallo stesso cineasta, le statuette degli Oscar e dei Leoni d’Oro, le serie di tavole “Montagne Incantate” con le loro figure evanescenti che sembrano spezzare la duttilità della materia e che rappresentano un avvicinamento notevole al discorso metanarrativo sulla fotografia esplicitato in “Blow-Up” (1966).

Vitti_DelonSi ammirano le affiches dei film storici che hanno reso Antonioni autore della contemporaneità e della delicata messa in scena dei sentimenti, le fotografie scattate sui set, gli occhi chiari di Monica Vitti nei fotogrammi in bianco e nero e a colori, le lettere degli amici, dei colleghi come Marcello Mastroianni, Federico Fellini, Leonardo Sciascia.

L’esposizione segue un andamento progressivo, molto lineare. Si parte dagli anni ’50, dalla scoperta del caschetto noir di Lucia Bosè, protagonista di “Cronaca di un’amore”, incontrata per caso ad una festa mondana.

«Aveva 19 anni ed era meravigliosa. Non si poteva non innamorarsene», dichiarerà in seguito lo stesso Antonioni.

Si prosegue con l’influenza filmica del neorealismo italiano ed in particolare di Luchino Visconti, soprattutto per ciò che concerne l’ingrandimento sulla piccola borghesia del dopoguerra, che ritroviamo in “I Vinti” (1952) e “Le amiche” del ’53. Michelangelo Antonioni contamina la suggestione evocata dalle opere del regista con l’ispirazione scaturita dalla lettura di Cesare Pavese, entrambi capisaldi del tipo di narrazione sostenuto nella Trilogia dell’incomunicabilità degli anni ’60 (L’avventura, La notte, L’eclisse).

Una lunga lastra di vetro, contenente i numerosi documenti posseduti dall’Archivio di Ferrara, è stata posta al centro della spaziosa sala. È possibile leggere alcune pagine delle note personali di Antonioni, in una delle quali, risalente al 1952, lo si immagina mentre, a Parigi, accompagna Brigitte Bardot dal fotografo Sam Levine, lasciandosi ammaliare dalle movenze conturbanti della bionda attrice: «Si toglie la camicetta, si infila il pull-over, si sfila il pull-over, si rimette la camicetta. Fa tutto con straordinario ardore peccaminoso, ma così naturale da farmi vergognare dei miei pensieri così tanto italiani».

Compare, tra gli altri, il commento di Giulio Carlo Argan, l’illustre critico e storico dell’arte italiano, che definisce “La notte” uno dei film più importanti per la rappresentazione della città e delle idee di spazio dell’uomo moderno, la lettera di Alan Delon che declina la parte da protagonista in “L’Eclisse – cui, in seguito, parteciperà – perché troppo impegnato con le riprese di “Lawrence d’Arabia”, le controproposte di Leonardo Sciascia alla sceneggiatura di “L’Avventura” che a suo parere avrebbero reso le scene più rispondenti alla nozione classica di realismo, e persino le pagine dei rotocalchi che descrivevano la fine dell’amore tra Antonioni e Monica Vitti.

In definitiva, la mostra offre una sequenza di immagini e di documenti assolutamente imprescindibili per afferrare almeno in parte l’essenza della figura di Antonioni, non solo come grande Maestro cinematografico, ma come artista a tutto tondo, la cui prolificità e il padroneggiamento straordinariamente contemporaneo della materia filmica ne hanno reso una fonte di ispirazione costante per registi di tutto il mondo e  - a quanto pare, un’ icona pop.

In particolare – e questo perlopiù si ignora – la sua opera si è rivelata un terreno fertilissimo cui attingere da parte delle filmografie asiatiche. Lo stesso regista si è recato in effetti, durante l’ultima parte della sua carriera, in Asia con l’obiettivo di trarne un documentario, “La Cina” (Chung Kuo, 1950), proiettato solo nel 2002, a causa della lunga e controversa ostilità del governo cinese, che ne impose immediatamente la censura.

Alla fine dell’esposizione giungiamo agli ultimi anni della sua carriera, al suo ritorno in Italia, dopo la parentesi asiatiche e statunitensi, alla locandina del suo penultimo film “Identificazione di una donna” (1982) che gli è valso il Premio per il trentacinquesimo anniversario a Cannes.

La scelta degli anni Ottanta-Novanta rappresenta la parabola della vita di Antonioni: nato a Ferrara, alla fine vi ritorna. È proprio “Identificazione di una donna” a decretarne il definitivo rientro in patria. È evidente anche in questo film l’influenza preponderante della pittura, che fino alla fine accompagna e nutre le sue ispirazioni.

Per concludere, in occasione dell’Esposizione e per tutta la sua durata, la Cinémathèque e il cinema Champo di Parigi, propongono un’interessante retrospettiva dedicata ai film dell’autore ferrarese.

Francesca Mancini

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