L'intervista: Laura Miriello

oltreSera tempestosa, vento gelido nei vicoli di Napoli antica, tra strade chiuse da antichi palazzi alti che tolgono visuale e aria del cielo pur presente, con diruti stemmi e blasoni in pietra di casate celebri. Una popolazione variopinta e frettolosa sfila tra vocii, grida inconfondibili: siamo nella Napoli di sempre.
Un palazzo quattrocentesco, restaurato da Carlo Vanvitelli in pieno ‘700 borbonico, con scaloni grigi in piperno e tufo che arrivano al piano nobile dello stabile, il primo piano, da un immenso cortile con il retrostante superstite giardino antico con vasi e statue in marmo di Mondragone, un tempo immacolato.
È la magione dei Miriello; entriamo in una fuga di saloni affrescati, volte dipinte, un semicorridoio con due armature medievali, trofei d’armi e lo stemma di famiglia.
I Miriello, famiglia lucana di Melfi un tempo potente, marchesi amici dei principi Ruffo, diramatasi poi nella vicina Stilo di Calabria, nella loro casa custodiscono ceramiche e maioliche, busti di marmo e di bronzo su colonne di marmo, mobili del ‘700 in stile napolitano e Luigi xv, orologi, porcellane di Capodimonte, antichi arazzi.
Entrando nella biblioteca di famiglia, in un’atmosfera ovattata da tende damascate, tra pareti ricoperte di scaffalature in noce, stracolme di libri e di tomi dal 1600 ad oggi … a migliaia … e due comodissime, antiche poltrone su tappeti, dove ci attende la giovane ricercatrice, scrittrice, storiografa, donna Laura …
Il fascino misterioso di bella donna apparentemente senza età il cui profumo di rose impregna l’aria, il suo sorriso da pantera nera, da bellezza mediterranea; i geni spagnoli e greci rivivono nei capelli castano scuri e ricci, gli occhi a mandorla con baluginii di verde incastonati in una carnagione bianco latte appena appena dorata, i tratti armoniosi del volto, la bella voce, le mani da pianista … Ci accoglie ospitale e comincia una lunga chiacchierata.
Donna Laura, ci parli di lei e dei suoi studi su Napoli.
Mi circondo di oggetti che hanno il sapore antico di Napoli occidentale e orientale, libri, quadri, vasi, anfore, statue, argenti, miniature, orologi, ventagli, pipe, tabacchiere, armi bianche. Un riflesso dei miei interessi personali, della mia famiglia e dei miei studi storici e archeologici.
Rimasta orfana di entrambi i genitori in tenera età in una città cosmopolita, tra fratelli e sorelle poco più grandi di me – non è stato affatto facile, con governante e zii anziani che ci accudivano con severità – mi sono laureata giovanissima alla Federico II in Lettere antiche, seguendo anche corsi di Filosofia occidentale e di Archeologia.
Ho lavorato nella Protezione civile, ho fatto volontariato per l’infanzia, la terza età, le ragazze madri. Ho partecipato al restauro di opere d’arte per la Sovrintendenza e per il Comune di Napoli, come giardini e fontane monumentali e agli scavi archeologici di Ercolano, di Cuma, di Miseno.
Ama gli animali e le piante, da quel che si vede in casa …
Certo, amo la natura e mi circondo di piante vive e fratelli animali domestici: le tartarughe giganti e i due gatti persiani, Artù e Eleonora. E adoro anche i cani e i pappagallini. Sono creature, gli animali, che non ti tradiscono mai … Da piccola ho avuto anche una pantera nera, che poi mia zia regalò allo zoo. Si chiamava Libera …
Donna Laura, lei si sente nobile, monarchica o popolare?
Domanda profonda, la sua. La nobiltà viene dall’animo e un principe super partes, un sovrano che fa gli interessi del popolo – sono affascinata dai Borbone Due Sicilie sia per tradizione di famiglia sia per i fortissimi legami che mantengono col Meridione – io adoro in tutte le sue forme tutto ciò che è popolare, canzoni, tradizioni, dignità. Come pure la lingua napoletana, non un dialetto ma un idioma derivato dallo spagnolo.
Che tipo di studiosa si considera?
Sono storica, ricercatrice storiografica, praticamente mi definisco investigatrice di fatti storici.
A quando risalgono le sue prime ricerche?
18 anni fa, appena laureata, entrai nella Cappella Sansevero e subito seppi in che direzione sarebbero andati i miei studi.
Cosa pensa della figura del principe Raimondo de Sangro di Sansevero?
Fu un genio e una mente poliedrica, un saggio precursore dei tempi e proiettato non nel 1700 o nel 1900 ma nel 3000! Un saggio, uno scienziato, un letterato di cui anche oggi le donne s’innamorerebbero perdutamente e gli uomini ammirerebbero incondizionatamente.
Oltre al principe, quali sono le menti di Napoli che ha sempre ammirato?
Pietro Giannone, il Panormita, Campanella, Della Porta, Giordano Bruno … Ma sono tanti …
E le donne che hanno fatto la storia a Napoli?
Anche qui sono tante … le regine di Napoli, ma anche le brigantesse, le streghe campane, le Sibille di Cuma, Eusapia Palladino, Angelina Lauro, moglie di Achille …
Crede nella reincarnazione e nella magia?
Certamente nella reincarnazione; la magia, poi, per me è sapienza, come diceva Giordano Bruno.
Su cosa sono stati incentrati i suoi studi tra il 2009 e il 2013?
Come presidente dell’associazione culturale Thelema e come ricercatrice storica ho lavorato insieme ad eminenti studiosi partenopei come sul simbolismo delle chiese e monumenti di Napoli, tra cui il Maschio Angioino, come Salvatore Forte, profondo studioso di Bruno, dei Rosacroce e del simbolismo architettonico, e come il ricercatore Davide Lazzaro, studioso del simbolismo, di Castel Nuoivo e del tunnel borbonico.
Come giudica i lavori cinematografici del regista Francesco Afro De Falco?
Sulla scia dei grandi film su Giordano Bruno, De Falco si muove con grande talento, come ha dimostrato in Giordano Bruno e i Rosacroce del febbraio 2012 e, con tenacia ammirevole, nel film V.I.T.R.I.O.L. del novembre 2012. Cosi pure nel docufilm del novembre 2013, La voce del sangue, basato su principi giordanisti, rosicruciani, e della Schola Napolitana ermetica classica.
Che significa essere strega qui a Napoli ai giorni nostri?
Quello di sempre: saggia erborista, guaritrice, naturopata, pranoterapeuta, sciamana. Simile alle sagge della chiesa inglese e americana, simile alle wicca e alle brave streghe di Benevento o alle Sibille di Cuma, antiche sensitive nostrane.
Ce ne sono di autentiche tra le contemporanee?
La medium Eusapia Palladino, Emma Palomba e la vecchia delle bomboniere di Torre Annunziata e un’altra di Pollena, ‘a zia Antonietta, ormai tutte defunte; ce n’è una ancora vivente a Somma Vesuviana. Queste donne erano diverse, non hanno mai avuto niente a vedere con le tante cartomanti, o le cosiddette fattucchiare, o le chiromanti, streghette moderne da barzelletta.
Donna Laura, ci parli dei suoi studi sui Templari.
Anni di ricerche dalle quali è nato un libro, che sarà pubblicato a breve, sull’antica Commenda templare di Napoli, sorta intorno al 1200 – e sparita nel 1308 – nella zona portuale, vicino al Largo del Castello angioino, dove i cavalieri si nascosero nel 1310,  protetti da re Ruggero d’Angiò, nel nuovo ordine monastico di Sant’Antonio Abate.
Lei parla di croci templari presenti al Maschio Angioino. Dove si trovano?
Le croci rosse del Maschio Angioino sono quelle poste sul camminamento di ronda militare del castello, costruito nel 1269 e restaurato per conto dei sovrani da maestranze catalane nel 1470. Hanno la stessa valenza simbolica  delle croci rosicruciane o neotemplari del cammino spagnolo di Santiago di Compostella, un percorso segnato da chiese e castelli templari secondo il progetto segreto dei templari di Francia e di Spagna per salvare gli archivi e il tesoro. Il percorso consta di 12 tappe.
Quindi tutto da Parigi finì in Spagna e poi a Tomar in Portogallo e da lì forse in Nord America, come racconta una cronaca.
No, affatto. Una nave del nuovo Ordine Templare di San Cristobal, alleato dei neotemplari spagnoli di Montesa, partì da Tomar per Genova, portando in salvo archivi e tesoro a Napoli, secondo la missione ordinata da Giacomo de Molay e , dopo la sua morte, fatta proseguire da Marco Larmenius.
Il famoso Ugo dei Pagani, napoletano, scampato alla cattura a Parigi nel 1307, fuggì prima in Puglia e poi fu a Napoli nel marzo 1308; rientrato nel 1309 in Francia, a Marsiglia, da Tomar venne rinviato da Larmenius nel 1320 a Genova, da dove raggiunse il porto di Brindisi; in seguito si recò a Barletta, che poi lasciò a cavallo travestito da monaco benedettino.
Il suo percorso lo portò a Torremaggiore, Castel del Monte, Ariano Irpino, Avellino; si fermò alla chiesa di Santa Sofia di Benevento e poi si diresse ai castelli di Cicciano, di Casamarciano e poi Caracciolo di Volla.
Nel 1324 Ugo si trovava alla ex Commenda templare di Maddaloni: dodici tappe di percorso di salvezza in ex proprietà templari regolarmente registrate nei regesta angioini di Napoli, passate ai Cavalieri di Malta o a potenti famiglie, comei duchi Mastrilli o ai potenti principi di Caserta, i Caetani.
Ma sono solo 9 le tappe di cui lei parla riferendosi al percorso compiuto tra il 1320 e il 1324 da Barletta a Maddaloni: e le altre tre? E cosa c’entrano le croci del Maschio Angioino, risalenti al 1470?
Il gruppo dei Cavalieri di San Cristobal e di Montesa con la guida di fra’ Ugo da Napoli, ripararono a Maddaloni: è la decima tappa del percorso.
Da qui fuggirono tranquillamente con le insegne verso l’ex Commenda templare di Capua: l’undicesima tappa.
Successivamente si diressero ad un luogo templare segreto, sconosciuto fino ad oggi, capace di contenere archivi e tesoro, a 10 km circa da Capua, tra le montagne dell’alto casertano: è la dodicesima e ultima tappa.
Per trovare questo luogo ho setacciato per anni l’Archivio di Stato e la Biblioteca Nazionale di Napoli, gli archivi angioini in cerca dei beni ex templari della Campania, passati ad altri sodalizi su assegnazione del giudice regio angioino di Capua tra il 1312 al 1324.
Nel 2013 ho poi trovato antichi documenti nella biblioteca dei principi Caetani: confrontandoli con quelli degli archivi dei regesta angioini, ho scoperto che il segreto del tesoro templare era proprio in quelle dodici croci rosse incise nel 1470 dai maestri scultori e architetti regi catalani sul camminamento di ronda di Castel Nuovo: sono lì in memoria del percorso di salvezza templare del 1308.
Il mio libro, che uscirà prossimamente, documenta tutto questo: è il coronamento dei miei studi, delle mie ricerche, del mio lavoro di investigatrice storica.

Michele Di Iorio

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