La vera storia del Noce di Benevento

18 agosto 2013 11:45 0 commenti

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La storia dell’albero di noce di Benevento ricorda la tenacia dei campani e dei napoletani: ripartono sempre da zero nonostante le vicissitudini personali o scatenate dai governanti di ogni tempo.

La bella e ridente Città di Benevento, di origine italiche osche, era chiamata prima maleventum ; furono i Romani a trasformarne il nome in beneventum per celebrare sia la loro vittoria sui Sanniti sia quella sul re dell’Epiro Pirro nel 275 a.C.

Benevento era famosa per i riti sacerdotali agricoli degli Osci al dio Bolla, il dio fanciullo che dalle viscere del vicino Vesuvio aveva fatto sgorgare a Casalnuovo di Napoli il fiume Bolla, poi detto dai contadini zolla di terra o Volla.

Inoltre, sotto il grande Noce sulle rive fiume Sabàto e intorno la statua del dio bambino Bolla  i sacerdoti e sacerdotesse locali o malii danzavano eseguendo i loro riti, incantesimi o malefici che fossero, rivaleggiando con i ministri di culto etruschi di Capua, i velthali – da cui le vestali romane – e gli urcliti.

Quando nel 438 a.C. i Sanniti sconfissero gli Etruschi di Capua e presero Benevento, minacciarono la Napoli greca, occupando perfino Cuma, piazzaforte dei greci in Campania.

I Sanniti portarono via dal Noce la statua del dio Bolla e s’impadronirono della sorgente e del villaggio di Volla; poi consegnarono l’effigie del dio ai Greci di Cuma, che la portarono in salvo nel loro tempio di Apollo, venerando il nume d’oro osco come Apollo bambino …

I Sanniti rispettarono però i precedenti usi e costumi di Maleventum; praticarono anch’essi i loro riti più cruenti sotto il Noce fino a quando i Romani conquistarono la Città nel 297 a.C.

Quando Benevento fu dichiarata municipio di Roma nell’86 a.C. si continuarono a rispettare i riti pastorali osco sanniti del Noce sul fiume Sabàto e addirittura lo stesso fece l’imperatore romano Augusto: permise la costruzione sul posto del tempio di Iside, simile a quello di Pompei.

Sempre vicino al Noce erano acquartierate due colonie di veterani, composta ognuna da 600 militari.

In seguito, con la diffusione del culto solare di Mithra, la nuova religione iranica che aveva preso piede in tutto l’impero romano in specie tra i legionari, l’imperatore  Diocleziano nel 300 d.C. permise ai veterani di guarnigione a Benevento di costruire il Mitreo nei sotterranei del tempio di Iside locale, con i suoi colossali simboli, il toro e un grandioso serpente d’oro.

Nell’anno 391 d.C. l ‘imperatore romano Teodosio però, fattosi cristiano, dichiarò il Cristianesimo religione di Stato in tutto l’impero e vietò tutte le religioni pagane classiche tollerate dal vecchio sistema romano.

I legionari di Benevento devoti al mitraismo, nascosero dunque a Cuma il toro mitriaco, e il serpente d’oro tra le ombrose grosse fronde del Noce, nella villa del patrizio beneventano della nobile gens Vipera, salvandolo dalla distruzione certa ad opera dei cristiani vincitori.

Così ai suoi albori il Cristianesimo distruggeva ogni cosa di altre religioni, affermando che era tutto opera del diavolo, mutilando statue, vasi, anfore, templi, acquedotti, ponti,colonne,strade …non prima di aver portato via oro, argento, alabastro,bronzo per farne vil commercio in none di Dio ma soprattutto della propria tasca.

Nelle notti di luna piena, di novilunio, di solstizio e di equinozio i fedeli d’ambo i sessi si radunavano comunque di notte per celebrare gli dei Mitra, Iside, Cerere, Demetra, Cibele, Diana, Pan, ma anche Priapo per i riti propiziatori, agricoli e di fecondità.

Con l’arrivo dei barbari Goti, tra Ostrogoti e Longobardi già presenti nel 490 d.C. a Benevento, i culti locali del Noce vennero soppiantati dai culti celtici degli invasori, con le divinità di Cernunno e di Aradia, che poi si sovrapposero fondendosi con quelli di Pan, Diana, un pantheon sempre meno colto celebrato dai devoti locali nelle varie cerimonia effettuate sotto il Noce.

Nel 571 d.C. i Longobardi finirono con prevalere sulle altre popolazioni barbare; in seguito essi stessi furono cristianizzati e il loro vescovo cattolico, San Barbato, originario di Manocalzati, vescovo di Benevento dal 663, nell’anno 667 ottenne dal duca longobardo e cristiano Romualdo VI, figlio di Gromualdo, di proibire i riti pagani notturni sotto il Noce per festeggiare degnamente la vittoria dei Longobardi sui Bizantini.

Così san Barbato, seguito da una fanatica popolazione locale mista cattolica, catturò il grande serpente d’oro nascosto tra le fronde dell’albero e lo fece fondere per farne campane per le chiese di Benevento, facendosi forte dell’editto emanato dal duca.

La proibizione dei riti pagani sotto l’albero da quel momento li fece ritenere demoniaci; una di quelle notti, mentre i devoti correvano a nascondersi, i cattolici guidati dal vescovo bruciarono il Noce e poi sparsero sale sulle sue ceneri.

La Natura però lasciò che il Noce ricrescesse, e così ricominciarono i riti pagani o celtici, e i devoti si riunivano di notte in periodi stabiliti, venendo da ogni parte della Campania per invocare raccolti propizi, parti fecondi, matrimoni felici, trovare lavoro per i figli disocupati, tanto che nell’anno 969 l’arcivescovo Landolfo di Benevento ottenne dal nuovo duca un altro editto di proibizione assoluta a pena di arresto e di rogo per le persone che si riunivano lì in dispregio della religione cattolica per celebrare i riti pagani detti delle Streghe di Benevento. E fece bruciare ancora una volta il Noce.

L’albero il Noce però ricrebbe ancora, tanto che nel 1171 il nuovo arcivescovo di Benevento, lombardo nativo di Piacenza, lo fece solennemente bruciare “per sempre” in una grande cerimonia con apparato di popolo, croci, corte religioso e armigeri ducali.

La cosa non fini li, tanto che un altro arcivescovo richiese e ottenne un altro editto per impedire  “ … il raduno delle janare e streghe di Benevento e dintorni per il sabba infernale sotto il noce che ricresce sempre, ad opera demoniaca cocciuta”.

Il 24 febbraio 1273 istruì dunque un processo inquisitorio per “mettere al rogo” il famigerato e diabolico Noce di Benevento, che nonostante fosse stato bruciato già tre volte per volontà cattolica, ricrebbe ogni volta più spontaneo e rigoglioso che mai.

Non solo: si cercarono le streghe tra tutte le donne povere, le levatrici, le erboriste, le indovine, le lavandaie, contadine di tutta europa.

La Santa Inquisizione tra il 1224 e il 1817 mandò al rogo più di 9 milioni di persone di cui 8 milioni donne, dopo averle fatte seviziare da monaci e carnefici e sottoposte a torture inaudite in nome di Dio.

Durante un processo giudiziario criminale nella cittadina laziale di Pontecorvo nell’anno 1519 alcune presunte streghe vennero torturate in modo orrendo, e con la speranza di salvarsi la vita confessarono di essere andate in volo sulle loro scope al grande sabba di raduno demoniaco sotto il Noce.

Dopo averle comunque mandate al rogo per salvare loro l’anima, gli inquisitori nel 1524 ottennero dall’arcivescovo cardinale di Benevento ancora una volta di far bruciare non solo il Noce ma anche tutti i noceti; per sicurezza fu dato anche l’ordine di dare fuoco persino alle vicine grotte etrusche, dette impropriamente Ripa delle Janare.

Ma il noce ricresceva nonostante fiamme, pece, olio bollente e sale sull’albero e  l’illustrissimo arcivescovo cardinale di Benevento, sua eminenza reverendissima Alessandro de Sangro dei principi di Sansevero, nel 1590 stabilì che si effettuassero controlli annuali per bruciare per prudenza tutti i noceti sul fiume Sabàto, nonostante le proteste dei contadini e dei possidenti agrari.

A causa della peste del 1658 ci fu una breve tregua per i poveri noceti, ma poi si riprese a bruciarli; l’editto annuale stabiliva che venissero arse anche janare e streghe di Benevento, accusate di aver sparso per vendetta avevano la peste nel reame di Napoli e in tutta Europa.

La Santa Inquisizione cattolica non trovò mai i nomi delle streghe, nonostante gli arresti fatti a centinaia in epoche varie in Italia e soprattutto in Campania, neanche nel 1724, col processo di Palermo che vedeva imputati un monaco e una monaca: non confessarono giammai di esser andati i volo sulla scopa a ossequiare il demonio al Noce di Benevento.

Il 24 giugno 1746, nel municipio detto di San Lorenzo a piazza San Gaetano in Napoli re Carlo III di Borbone, seguito da tutti i suoi ministri e dai suoi gentiluomini, tra cui il principe Raimondo de Sangro, nonché dal primo ministro Benardo Tanucci, fece abolire ufficialmente in tutto il Regno la Santa Inquisizione cattolica e subito liberare dalle carceri private dell’inquisizione 4000 detenuti d’ambo i sessi, rei di essere ebrei, protestanti, giansenisti, atei, valdesi, farmacisti, speziali, erboristi, levatrici, o prigionieri turchi, mori, negri, persino un nano napoletano sorpreso nel porto di Napoli a galleggiare come un morto sulle acque …

La civiltà e il progresso avanzavano così nel Regno di Napoli grazie ai sovrani illuminatissimi, i Borbone di Napoli:

I gesuiti  però continuavano a condurre in Napoli, grazie a padre Pepe e a padre Rocco, una campagna contro il demonio e contro ebrei, altre religioni e massoni, contro le janare del Noce di Benevento …

Tra 1747 e 1751 e in specie dal 1763 al 1767, fecero bruciare ogni anno i noceti sul fiume Sabàto, approfittando che Benevento era fuori dalla giurisdizione diretta del Regno di Napoli e dipendeva dallo Stato Pontificio.

Allora re Ferdinando IV, figlio di Carlo III, guidato sempre dal fido primo ministro  Tanucci, nel 1767 fece espellere i Gesuiti da tutto il Regno delle Due Sicilie.

I gesuiti rifugiati a Roma e a Pontecorvo, continuarono ad esercitare pressioni sul Pontefice perché inducesse il re di Napoli, il duca di Parma, il granduca di Toscana, che avevano preso il medesimo provvedimento, a far marcia indietro e a riammetterli nei loro confini.

Naturalmente, invocavano altresì il perduto potere di far bruciare ebrei, mori, massoni e nuovamente il Noce di Benevento con tutte le presunte janare e streghe.

Il re di Napoli allora nel 1768 fece occupare militarmente la cittadina di Pontecorvo, mentre i sacerdoti capeggiavano i contadini di Benevento che bruciavano i noceti.

Nel 1769 arrivarono le truppe borboniche a occupando militarmente anche Benevento, tanto che il Santo Padre nel 1773 abolì i Gesuiti.

Il Noce di Benevento da allora crebbe tranquillo; divenne poi il simbolo del buonissimo liquore Strega che porta disegnato sull’etichetta il caparbio albero con le streghe che vi danzano intorno.

Oggi il Noce c’è ancora, a 4 miglia da Benevento centro, sulle rive del fiume Sabàto, sulla via delle Puglie tra Casalnuovo e Scirocco, nei pressi del villaggio di Coro, all’interno del ricco noceto di proprietà del nobile don Francesco Di Gennaro, giudice e patrizio di Napoli e Benevento, che aveva acquistato il terreno dall’antica famiglia Vipera.

Quante cose dobbiamo sopportare noi viventi da reggitori corrotti, ignoranti e fanatici, ben lontani dal messaggio di amore, pace, fratellanza, umiltà, armonia, verso tutte le creature del vero Dio Gesù!

(Foto: web)

Michel Di Iorio

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