La Sibilla Cumana

14 agosto 2013 21:40 0 commenti

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Sulla scorta delle ricerche di un eminente studioso del mondo storico letterario classico italiano, l’avv. Giustiniano Lebano di Napoli (1832 -1910), trovate tra le sue polverose carte e libri pubblicati e non della sua biblioteca della Villa a Trecase, dal 1978 al 1982, portando via tanti preziosi volumi e appunti tra ricchi tomi, rari libri e manoscritti ancor più pregiati e rarissimi dal tempo antico ad oggi, in specie su Cuma e le sue famose Sibille oracolari del mondo greco e romano, ho compiuto una ricerca personale, intrapresa già da tempo sull’argomento.

I Greci per fuggire alle scorrerie dei vicini Cretesi in tempo arcaico spostarono i loro insediamenti in Italia, rinominandola poi Magna Grecia, territorio che comprendeva  Sicilia, Puglia e Campania.

Iniziarono da Ischia e poi da Procida a perlustrare l’ubertosa e vicina costa nell’anno 1050 a.C. abitate da Osci, tranquille popolazioni agricole italiche; intono al 680 a,c fondarono la città di Cuma presso un villaggio osco, fiorente da circa 200 anni, detto dei Cimmeri, che vivevano in spelonche e grotte non naturali del posto, che il mito vuole fossero state costruite da titani e giganti molto evoluti, o semidei venuti sulla terra molti secoli prima.

I Greci costruirono la loro acropoli e le mura di difesa civica, le case, la piazza principale, l’agora, le prime stradine, il teatro, la necropoli, l’acquedotto che portava acqua dal fiume Bolla, sorgente vulcanica del vicino Vesuvio a 32 km di distanza, nella contrada Volla.

I primi coloni ellenici ammirarono il posto e lo paragonarono ai Campi Elisi della loro tradizione, battezzando il lago principale vulcanico Averno, considerato l’ingresso al mondo dei morti; l’altro era il bacino del Fusaro.

La vicina caldera del vulcano Solfatara prese invece il nome di Campi Flegrei, e la città Cuma, che significava La Celeste, dedicata al nume o cosmico per eccellenza, l’insieme degli dei dell’Olimpo; fondarono il tempio di Apollo e sulla tradizione oracolare di Delfo e della sua sacerdotessa Pitia istituirono un collegio di sacerdoti di Apollo che introduceva il culto a Cuma.

La città in un primo tempo era retta da un oligarchia di nobili greci; la sua estensione continuava nel sottostante sito di caverne squadrate da mano umana antica e ignota a forma trapezoidale, non comune a nessuna civiltà dell’epoca.

Sotto il tempio di Apollo venne installato il dromos, il tunnel nelle viscere della montagna sacra luogo di culto delle Sibille sacerdotesse di Apollo che vaticinavano responsi.

La precedente popolazione dei Cimmeri venne assorbita gradualmente: intorno Cuma sorsero le cittadine satelliti di Putèoli, Pozzuoli, Miseno e il villaggio di Bauli, l’attuale Bacoli, ombelico di Cuma.

La prima Sibilla cumana di cui si ha notizia fu Erofila: si sa che fece raccogliere dai sacerdoti di Apollo i responsi nei libri detti sibillini, che furono 12 in tutto, conservati dai sacerdoti cumani.

La seconda Sibilla fu Demofila: nel 560 a.C. spinse i cumani a fondare una nuova grande città costiera a circa 22 km dedicata alla dea Minerva, dea di saggezza, la città di Partenope, l’odierna Napoli, destinata ad ospitare i nuovi coloni greci che affluivano dalla madrepatria o fuggivano dalle vicine città campane occupate dagli etruschi; il nuovo insediamento era sotto l’egemonia di Cuma.

I greci cumani nel 290 a.C. divennero alleati militari di Roma; nel 90 Cuma fu dichiarata Municipio romano, conservando però una certa autonomia, come ad esempio quella di avere una propria moneta, conservare le proprie leggi, il culto sibillino e mantenere un piccolo esercito greco al fianco delle truppe romane.

Molti furono i notabili di Roma che trascorrevano le ore di riposo e svago nella rigogliosa natura di Cuma; tra i tanti il generale romano Cornelio Silla vi costruì una propria villa.

Silla era un assiduo frequentatore dei luoghi oracolari e chiedeva spesso i responsi. Gli oracoli sibillini erano tenuti in molta considerazione dai capitolini in quanto avevano profetizzato l’estinzione del popolo etrusco, il sorgere di Roma e la conseguente opposizione all’ultimo re etrusco Tarquinio il Superbo: arrivarono a bruciare nove dei dodici libri sibillini per evitare che cadessero in mano nemica.

Proprio a Roma sul Campidoglio Silla apprese da tre dei libri sibillini della sua fine militare; probabilmente fu anche per questo che li fece bruciare … ma la profezia trovò compimento con la vittoria del generale Caio Mario su Cornelio Silla durante le guerre civili, così come successe per il responso che riguardava Pompeo e Giulio Cesare.

Fu Cesare a far riscrivere poi i 12 libri sibillini di Cuma, facendoli poi custodire dai sacerdoti romani Flamini nel tempio di Apollo sul Campidoglio.

Anche l’imperatore Augusto praticava il culto apollineo delle Sibille di Cuma; le andava a trovare spesso per ottenere loro oracoli a suo favore.

Augusto fondò il collegio imperiale delle sibille nel foro romano di Napoli che si trovava nell’attuale piazza San Gaetano, dove ora sorge la chiesa di San Gregorio Armeno, con allieve scelte dai sacerdoti di Apollo da famiglie povere.

Le bimbe prescelte venivano portate via a 2 anni d’età e istruite fino i 12 anni per poi essere avviate o al Campidoglio a Roma o nelle principali città italiane o come allieve sibille a Cuma.

Sulla terrazza fronte al mare del tempio di Apollo fu posta la statua di Ottaviano Augusto e poco dopo venne costruito il tempio di Giove su un altura vicina, dove troneggiava la statua del dio e poi il tempio di Iside nel sottostante Foro cittadino.

Le sibille cumane si bagnavano in periodo greco nel lago d’Averno ma in periodo romano nelle tre grandi cisterne all’interno del dromos e vaticinavano sulle foglie del bosco sacro di Cuma dove i sacerdoti incidevano i loro responsi ai postulanti venuti da tutto l’impero romano.

Si accumulava così un tesoro enorme con gli oboli per Apollo lasciati nei grandi orci appositamente situati nel corridoio che portava all’antro della Sibilla, custodito nella cavea detta romana,che comunicava sottoterraneamente con il vicino lago d’Averno, sede di un porto lacustre segreto della flotta romana stanziata nella base militare di Miseno.

Ottaviano nel I sec, dopo Cristo però cominciò a temere i libri sibillini perché contenevano ulteriori profezie, responsi ritenuti pericolosi per Roma: l’impero era destinato a finire e inoltre si raccontava della nascita di un nuova religione in Palestina con un unico dio solare.

Augusto credevasi trattasse del culto di Mithra che si stava diffondendo nelle Legioni romane dall’Oriente fino alla capitale: c’era persino Mitrei a Benevento, a Napoi, oltre che a Cuma.

Nel 67 d.C. l’imperatore romano Nerone andò a consultare l’oracolo: era ammirato da questo collegio femminile di sacerdotesse di Apollo e Demetra, che in numero di 12 con a capo la Sibilla oracolare entravano in trance e vaticinavano verità su ogni cosa.

Si sa anche che le sibille dirette dalla sacerdotessa Quartillia nel 47 d.C. f urono invitate a Napoli per i ludi quinquennali e si fermarono nella grotta di Posillipo.

Sotto l’imperatore Diocleziano Cuma divenne con l’avvento del Cristianesimo rifugio per molti cristiani, raccolti dal sacerdote cumano Massimo, che riuscì a convertire La vergine Sibilla Candida da Napoli: la battezzò nell’ex tempio di Giove.

Poi entrambi vennero giustiziati dai romani e le spoglie del sacerdote vennero inumate nell’ex tempio di Apollo, mentre quelle dalla sibilla finirono nell’ipogeo della chiesa di San Pietro ad Aram di Napoli.

Cuma, che era stata la culla della villeggiatura dei filosofi e politici romani insieme alla città di Baia, frequentato tante figure storiche come i fratelli Gracchi e il fondatore del porto romano dell’Averno e della base di Miseno, generale Gneo Pompeo, e aveva ospitato la famosa Suola Romana Filosofica dello stoicismo creata dallo studioso cumano Caio Blossio, vide la fine momentanea del culto dalle sibille proprio a causa della colonia di rifugiati cristiani

La famosa Teodora, la madre dell’imperatore Costantino, che a Costantinopoli si era fatta cristiana, venne a Napoli con i monaci basiliani e ne fondò una comunità nell’isolotto di Castel dell’Ovo e un’altra nel monastero di San Gregorio Armeno; chiuse inoltre definitamente il collegio augustale e il collegio delle sibille di Cuma.

Nel 389 d. l’imperatore romano Teodosio con editto proibì tutte le religioni pagane nell’impero divenuto cristiano e fece bruciare tutte le copie presenti a Roma dei libri sibillini, sciogliendo il collegio dei sacerdoti di Apollo e proibendo gli oracoli delle sibille, che guidate dalla loro sibilla capo, Amaltea la Tenera, si rifiutarono di obbedire e si chiusero nei loro antri protette dai contadini e pescatori locali

Intanto, l’imperatore Giuliano l’Apostata aveva cercato di ripristinare il culto di Plotino in una Roma sempre più cristianizzata; morto questi, il governo imperiale pressato dai cristiani nel 405 d.C. ordinò al generale romano Stilicone degli Eruli di portarsi in Cuma per arrestare le 12 sibille, bruciare i libri sibillini, ma la Sibilla Amaltea di nuovo si rifiutò e vide le sue ancelle deportate e prigioniere a Pozzuoli, il suo alloggio saccheggiato e essa stessa rinchiusa in una gabbia metallica sospesa all’ingresso della città. Vi rimase fino alla sua morte, avvenuta quando aveva passato i cento anni, beffeggiata dai cristiani ma nutrita di nascosto dai fedeli pescatori e contadini.

Dei libri di Cuma non si trovò poi nessuna traccia.

Nel 1209 le popolazioni di Pozzuoli e Napoli guidate da sacerdoti cattolici entrarono a saccheggiare Cuma, mutilando statue e vasi romani, distruggendo edifici antichi, insabbiando il Foro e l’Antro della Sibilla, ma neanche allora furono trovati i libi sibillini, né l’oro, anche se vennero setacciate le rive dell’Averno.

Nel 1568 il pirata spagnolo Cocceio, in cerca di fortuna si fermò sull’Averno e nella grotta delle sibille rinvenne un’anfora romana piena di monete greche e romane, e sotto di essa i libri sibillini. Li affidò quindi ad un monaco benedettino di Napoli, raccomandandagli di non distruggerli per non dover subire la maledizione delle Sibilla di cCuma Amaltea fatta morire in gabbia, centenaria, quasi di fame, sporca, lacera, la cui salma decapitata e bruciata la dai cristiani nell’anno 405 d.c , ricordandogli anche che i saccheggiatori del 1209 erano stati colpiti da malattie, pestilenze, eruzioni vulcaniche, miseria personale dopo il loro misfatto …

Sotto il regno borbonico, dopo che Ferdinando IV aveva fatto costruire il casino regio da pesca sul lago Fusaro, si ricercò l’antica Cuma: dopo aver riportato alla luce i ruderi romani di Baia , Pozzuoli, Miseno, nel ‘700 s’iniziò a sondare il territorio.

Nel 1846 sarà comunque l’archeologo Fiorelli, direttore degli scavi archeologici borbonici di Pompei ad intraprendere scavi regolari; nell’antro della Sibilla ritrovarono libri sibillini che Fiorelli donò al principe reale don Leopoldo di Siracusa, fratello di re Ferdinando II, liberale e massone, che li tenne nascosti nel suo Palazzo Siracusa alla Riviera di Chiaia; alla sua morte, nel 1862, passarono in donazione al suo amico massone napoletano avv. Giustiniano Lebano che li portò nella biblioteca della villa di Trecase.

La tradizione di V.I.T.R.I.O.L. era salva ancora una volta …

Michele Di Iorio

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