La cultura italiana, patrimonio mondiale

1 marzo 2015 09:50 0 commenti

zigguratDopo le prime ricerche archeologiche in Iraq dell’Università statunitense del Michigan negli anni 1927-‘37, nel 1956 partì la missione archeologica italiana a Baghdad, la prima di una lunga serie, alla scoperta dei Sumeri (3000 al 2000 a.C.)

L’equipe dell’Istituto Italiano Scavi Archeologici di Torino andò alla volta del Medio ed Estremo Oriente, e partì dalla regione dello Swat risalendo il fiume Tigri. Una seconda spedizione a Seleucia al Tigri fu effettuata nel 1976, ed una terza dal 1985 al 1990, vigilia della guerra del Golfo Persico.

Quest’ultima missione fu sponsorizzata dalla Ceat Cavi Spa e dal Dipartimento per la Cooperazione e lo Sviluppo del ministero italiano degli Esteri. Concentrò gli scavi nella regione sud orientale iraqena, in particolare tra le rovine della città sumera di Kutu el Amarna, l’attuale Kutusumgal, già oggetto di una precedente spedizione inglese negli anni ’50.

Il re sacerdote Gudea

Il re sacerdote Gudea

Kutu el Amarna, fondata dal re sacerdote Gudea nell’anno 2050 a.C., venne poi conquistata dai Babilonesi che rispettarono i culti religiosi sumeri, simili alla loro stessa mitologia. In seguito la città venne presa duramente dai feroci Assiri.

Della spedizione italiana faceva parte il professore universitario e archeologo Luigi Caracciolo Barra, di nobile famiglia originaria di Napoli ma nato a Salerno, che si era formato nell’ambiente universitario napoletano e di Fisciano tra 1985 e il 1987.

Caracciolo Barra tra ottobre e dicembre 1990 scoprì le mura e l’acropoli di Kutusumgal, persino una ziggurat rovesciata, la caratteristica costruzione templare a forma di piramide tronca a gradoni. La ziggurat si protendeva su 7 livelli sotterranei.

Testimonianza dei ritrovamenti sono i filmati di una troupe televisiva del Tg2, che riporta immagini di numerosi reperti religiosi.

Anche sotto i Babilonesi i sacerdoti sumeri erano protetti in tutta l’area. Il re assiro Sennacherib quando intorno al 680 a.C. domò la rivolta babilonese circondando l’area di Kutu, fece sigillare con il suo nome 6 livelli sotterranei della ziggurat, rinchiudendovi prigionieri i sacerdoti sumeri e lasciando che morissero di fame e di sete, colpevoli di aver appoggiato e fomentato le rivolte antiassire. Gli archeologi italiani rinvennero i loro cadaveri mummificati nel settimo livello e tante tavolette di argilla e manufatti tipici.

L’antica lingua sumero-babilonese era tracciata su tavolette d’argilla che furono in gran parte raccolte a Ninive dagli Assiri e poi dall’impero persiano. I primi a trafugare migliaia di tavolette cuneiformi furono archeologi inglesi e da Ninive e nel 1877 le portarono al British Museum di Londra. Nel 1905 riuscirono a tradurre integralmente il cuneiforne mesopotamico. Le pubblicazioni vennero tradotte in italiano tra 1927 e 1953.

Il testo sacro dei Sumeri era l’Enûma Eliš (“Quando in alto”) risalente al 2000 a.C., un poema sulla creazione. Ci sono arrivati anche molti codici, tra cui quello delle leggi del babilonese Hammurabi.

Nel 1990 il traduttore delle tavolette di Kutu fu proprio il professor Luigi Caracciolo. Comprese di essersi trovato a risolvere una questione storica: le divinità sumere, babilonesi e assire di Marduck o Assur per gli assiri, non era la corrispondenza del dio Zeus o Giove ma di divinità di tipo atrali e infere, quasi avernali.

Il 17 gennaio 1991 scoppiò la guerra tra U.S. e alleati europei contro l’Iraq di Saddam Hussein, che nell’agosto precedente aveva occupato militarmente il piccolo sceiccato del Kuwait per sfruttarne gli giacimenti di petrolio.

A fine gennaio ’91 arrivarono nel sito archeologico autocarri e autoblindo iracheni carichi di soldati di linea e di guardie scelte che caricarono i reperti sumeri e li portarono al Museo di Bagdad. Sequestrarono e sigillarono gli scavi. I reperti furono chiusi in casse e nascosti nei sotterranei blindati del museo per preservarli dai danni dalla guerra. Cosa che pochi sanno, successivamente le casse vennero portate in salvo nel caveau dell’ambasciata italiana. Sarebbero stati poi restituiti integralmente all’Iraq del dopo Saddam.

Gli archeologi italiani furono portati all’Hotel Internazionale, dove erano già stati relegati i giornalisti stranieri.

Gli italiani vennero trattati con tutti i riguardi, nonché seguiti personalmente dall’ambasciatore e dal ministro degli Esteri italiani in Iraq, dal professor Pettinato, direttore dell’Iraqui Museum di Bagdad dal 1963 al 2004, e dai ministri della Pubblica Istruzione e degli Interni iraqeni.

Venne così riaffermata la consolidata amicizia culturale tra due Paesi pur estremamente diversi ma accomunati dallo stesso ideale culturale. Saddam Hussein, sebbene inguerra contro l’Italia, ne rispettava infatti la grande cultura. Ne era un grande estimatore, come lo furono lo shah di Persia, i re del Marocco e della Giordania, il presidente egiziano Nasser e il suo successore Sadat, che aveva studiato a Napoli, allievo del professor Giovanni Leone. Si perpetuava una tradizione di scambi culturali iniziati nel 67 d.C. con gli egizi alessandrini sotto l’imperatore Nerone e coltivati anche da Federico II e Saladino.

Nel giugno del ’91 gli studiosi e il professor Pettinato, scortati per la loro sicurezza da fide milizie iraqene, vennero imbarcati su un aereo Alitalia per Roma. Il professor Caracciolo rientrò a Napoli l’1 luglio e dieci giorni dopo arrivò a Salerno.

Il 3o luglio 1992 grande fu l’emozione nell’incontro a Salerno tra il professor Caracciolo, Aniello De Santis, imprenditore di pellicce di Pontecagnano, il professor Gaetanno Santanna, docente di Storia delle Religioni all’Università Orientale di Napoli, del console iraqeno a Napoli, del barone Florindo Maria Di Iorio di San Barbato, ed io stesso, nipote di quest’ultimo.

Il successivo 22 settembre Saddam Hussein pregò tramite il ministero degli esteri d’iIalia di far ritornare in Iraq il professor Pettinato per continuare a ricoprire la carica di direttore del Museo Archeologico di Baghd, incarico che poi gli venne confermato anche dal governo che succedette alla caduta di Saddam. Va sottolineato che per tradizione dal 1956, e ancora oggi, che l’archeologia iraqena ammette nei suoi siti solo la collaborazione italiana.

Luigi Caracciolo Barra era però rimasto turbato dall’esperienza della guerra. Di nascosto aveva portato con sé una mappa e una descrizione a matita dei ritrovamenti sumeri.

Si dedicò dunque agli studi dei codici miniati della Badia di Cava de’ Tirreni, al suono dell’organo di San Matteo della cattedrale di Salerno, al duomo e al chiostro di Amalfi, a Villa Rufolo di Ravello. Approfondì gli studi sugli scavi etruschi di Marcina e degli altri siti archeologici campani. Visitò spesso la Sala Egizia del Museo Nazionale di Napoli.

Preso da angosce depressive si ritirò dall’insegnamento e dai programmi di studio ufficiali archeologici. Si ritirò con una sorella nubile nella sua villetta in riva al mare di Palinuro, nel basso Cilento. Si dedicò a visite a siti archeologici e alla meditazione in villa Lebano di Trecase, in provincia di Napoli.

In un incontro di studi ad Agerola, Salerno, rincontrò il professor Gaetano Santanna, allievo del Maestro tibetano Dungutu Norbu, fratello del Dalai Lama, e gli affidò la sua mappa segreta dei siti archeologici iraqeni. Si ritirò dunque a Palinuro, dove morì il 18 gennaio 1991.

Vicino di casa dei baroni Di Iorio, venne amorevolmente assistito da loro, tanto che  donò ai baroni il suo diario iraqeno del anni 1985-1990 e la foto a colori di Fatima, ancella di Allah al tempo di Maometto il grande, avvolti in una tela coi colori tipici dell’ordine dei Cavalieri Templari di Gerusalemme e una spada con l’elsa templare ritrovata in scavi in Siria.

Gaetano Santanna custodì il segreto del professor Luigi anche dopo la sua morte. Il 1luglio del 1997 prese un aereo atterrando all’aeroporto Internazionale yemenita di Ṣanʿāʾ IATA: SAH per vedere rovine archeologiche e poi ripartire per l’Iraq, dove verificò le indicazioni dei disegni di Caracciolo.

Alla Sala Gemito della Galleria Principe di Napoli nel settembre del 1997 si tenne una conferenza sui reperti archeologici sumeri dell’Iraq. Insieme al direttore dell’Iraqui Museum di Bagdad, professor Giovanni Pettinato, massimo studioso della civiltà mesopotamica, presenziarono anche giornalisti internazionali in sala, tra cui l’avvocato Lucio Caracciolo Barra, nipote del defunto professor Luigi.

Nel 2009 vi fu la grande inaugurazione della ripresa dei lavori di scavo dei siti archeologici iraqeni.

Nel settembre 2010 studiosi italiani dell’Università La Sapienza di Roma, diretti dall’assiriologo italiano professor Franco D’Agostino, in concerto con il professor Pettinato e il direttore del Museo di Bagdad, proprio sulla base di quei disegni di Luigi Caracciolo Barra, iniziarono un saggio preliminare su permesso del sovraintendente archeologico iracheno nella regione di Dhi Qar Abdulamir Al-Hamdani per esplorare il sito di Abu Tbeirah risalente all’anno 2900 a.C.

Gli archeologi italiani dalla guerra del golfo fino ad oggi sono stati gli unici stranieri a partecipare agli scavi sumerici e babilonesi, preparando sul campo giovani archeologi  iraqeni.

L’equipe italiana ha cercato di rimediare in tutti i modi alla sparizione di 4mila manufatti sumeri dai musei iraqeni del 199, rintracciandoli quasi tutti.

Gli scavi sotto la nuova repubblica dell’Iraq iniziarono in modo sistematico dal 2011, con le congratulazioni per l’importante apporto italiano dell’ambasciatore iraqeno a Roma.

Sito archeologico di Abu Tbeirah

Sito archeologico di Abu Tbeirah

Michele Di Iorio

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