Intervista a Pietro Nardiello

23 novembre 2014 07:06 0 commenti

Pietro NardielloNAPOLI – In occasione della presentazione del nuovo libro di Pietro Nardiello “Un sogno meraviglioso” tenutasi al Foyer del teatro Bellini, Lo Speaker ha incontrato l’autore che con gentilezza e disponibilità ha risposto alle domande del quotidiano.

“Un sogno meraviglioso” è un romanzo in cui l’autore racconta la sua vacanza a Soverato, Catanzaro, insieme ad un gruppo di amici nel camping “Le Giare”.

Quel camping che tra la notte del 9 e 10 settembre 2000 venne completamente distrutto dall’alluvione causata dallo straripamento del torrente Beltrame che scorreva vicino, provocando la morte di 13 persone. Uno dei corpi non venne mai ritrovato.

Pietro Nardiello, giornalista e scrittore, ha ideato e diretto il “Festival dell’Impegno Civile”, l’unica rassegna in Italia realizzata esclusivamente nei beni confiscati alla camorra promossa dal Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe. Tra i suoi libri “A casa del boss”, “Il Festival a casa del boss”.

Qual è stata l’ispirazione che l’ha mossa a scrivere questo libro?

Qualche settimana dopo la tragedia ho scritto subito un primo articolo dedicato al campeggio “Le Giare” a Soverato. Poi ne ho scritto un altro e dentro me è subito scattata l’idea di voler raccontare questa storia. Ho messo da parte un po’ di materiale. Volevo farne forse un lavoro d’inchiesta, poi quest’idea l’ho accantonata. In seguito ho accantonato anche l’idea di scriverne.

Dal 2000 sono sempre ritornato ogni anno in vacanza a Soverato: abbiamo cambiato campeggio, abbiamo cambiato villaggio, però siamo stati sempre sulla costa jonica e quindi è rinata questa volontà di raccontare.

Qual è il messaggio che vuole trasmettere attraverso questo libro?

Sarò dissacrante: nessun messaggio, voglio soltanto raccontare. Durante la presentazione Renata Scielzo, docente di Letteratura, ha detto che la denuncia diventa spesso urlata e questo sta accadendo negli ultimi anni. Quando tu racconti e metti su un foglio quello che guardi intorno a te e cerchi di provocare delle emozioni in chi ti legge probabilmente hai già fatto tanto. Perché se qualcuno annota delle cose da quel foglio di carta che hai scritto penso che sia più di una denuncia.

Io non voglio denunciare assolutamente nulla, anzi voglio raccontare. Con il racconto automaticamente scatta la denuncia, scatta la memoria, scattano tante altre cose. Si è visto stasera durante l’incontro che era piuttosto un incontro letterario che di denuncia, ma alcuni temi sociali sono venuti fuori per forza di cose.

 Cosa simboleggia il trenino dell’immagine di copertina?

Quel trenino era uno dei due che accompagnavano i campeggiatori al mare e dal mare facevano il percorso inverso. Il treno ha per me un valore metaforico enorme. È un viaggio verso qualcosa … Chissà, un viaggio verso sud, un viaggio verso nord, un viaggio nella nostra vita: il treno è fantastico per questo.

E quel treno è simbolo di una comunità che va verso mete insolite, mete di divertimento e può essere anche visto come un treno che, ahimè, in questo caso, va verso un epilogo triste perché quella foto ritrae il trenino che proviene dal campeggio e va verso il mare. È lo stesso percorso fatto dalla fiumana impazzita.

Di questa tragedia tutti raccontano che il fiume si è ripreso il suo letto dove il campeggio era stato costruito, ma la montagna, che ha fatto un effetto tappo, è venuta giù. Il vero dramma, quindi, è stata la frana che ha travolto tutto. Infatti, quei trenini non sono stati più ritrovati.

Che sensazioni fa scaturire in lei la parola ricordo?

Tante cose. Di solito i ricordi li tingiamo con tristezza se sono tristi, li tingiamo un po’ con il sorriso sulle labbra se sono allegri. Però c’è sempre un velo di malinconia perché ormai il passato non è più vivibile. Un ricordo è un’esperienza di vita. Io di solito cerco di ricordare essendo sempre il meno melanconico possibile, per non essere così continuamente triste, per essere comunque più propositivo possibile. Il ricordo potrebbe essere una pagina che sfogli. Cerco di guardare poco le foto, preferisco il ricordo scaturito dalla fantasia. 

La preghiera ritrovata nella chiesa del borgo antico di Soverato che riporta nel libro. Quali emozioni ha suscitato in lei?

Tante. È poi  stato un caso che l’abbia messa in questo racconto. Però, trovarla in quella chiesa è stato un nesso di causalità molto forte. Più che altro mi ha fatto provare un sentimento di sorpresa quando l’ho letta per la prima volta. Non trovo un aggettivo per descriverla quest’emozione: quando vivi l’estate di solito sei sempre un po’ distratto. Tutti siamo un po’ distratti, un po’ superficiali. Quindi io la vidi e cercai di non essere così petulante su alcuni temi. Infatti la scena che descrivo nel libro è praticamente vera: mi volto, prendo l’appunto e metto il foglietto in tasca. 

La storia raccontata da Franco, personaggio del libro, in merito al fatto che i calabresi sono un popolo che si accontenta, la condivide?

In alcuni casi sì, in altri no. C’è una parte della nuova generazione che ho incontrato che non si accontenta affatto. Quindi con tutti i mezzi che ha prova a fare il proprio percorso di vita, a migliorarlo andando all’estero per fare esperienza e tornare addirittura in Calabria, un concetto assurdo per alcuni, un concetto assurdo anche per noi.

Non è un caso che chi ha prodotto il book trailer di “Un sogno meraviglioso” siano due ragazzi calabresi che avevano tutta l’intenzione di pubblicizzare questo libro e dar voce alla Calabria. Si sono creati il loro studio, la loro attività facendo le esperienze anche all’estero e riportandole in Calabria: un esempio concreto.

«Qualcosa trascinava via il mio corpo. Il buio della notte era diventato il sovrano indiscusso. Mi sentivo bagnato come se mi fossi immerso tra le onde di un mare in tempesta, piccolo oggetto trascinato verso il nulla». Questo il suo sogno nella narrazione prima di apprendere la drammatica notizia. Un sogno premonitore?

No, è un racconto per preparare il lettore all’approccio con la tragedia. 

«13 vite trascinate via dal destino e dall’egoismo umano», scrive ricordandone la memoria. Lei crede nel destino?

Forse sì. Non lo so se è una cosa che ci continuiamo a raccontare. Il caso, il destino, il fato, la vita che s’interrompe per alcuni e prosegue per altri. Non riesco a darle una spiegazione in questo. Che dire: ad esempio il ragazzo che non è stato più ritrovato, il guardiano del camping, era il primo anno che lavorava lì. Durante l’alluvione era mano nella mano col fratello: non ce l’ha fatta a mantenerlo e lui è morto, mentre il fratello si è salvato.

Non voglio nemmeno entrare nella vicenda giudiziaria perché l’ho seguita  a distanza. È difficile parlare di una vicenda giudiziaria quando tu hai vissuto quei luoghi, hai vissuto con quelle persone, persone che hanno difficoltà a raccontare quella tragedia adesso, persone, invece, che hanno voglia di raccontare, persone che hai ritrovato dopo tanti anni grazie ai nuovi social network, grazie a questo libro.

È difficile poi parlare di un luogo dove hai fatto anche l’animatore per un anno.. quella località è diventato il posto dove si continua ad andare in pellegrinaggio spirituale, a ricordare, mentre dall’altro lato ti volti è c’è il mare … Il mare  che ti ricorda tante cose e ti continua a dare la vita. Utilizziamo questa metafora in positivo, va!

Quindi il destino può esistere o non esistere?

A Napoli lo viviamo come ‘a sciorta e non so se uno può essere più o meno fortunato dell’altro. Può esserci la fortuna o la sfortuna. In un certo caso te la puoi andare a cercare, in un altro caso no … È la vita!

Certo è che da un punto di vista del mantenimento e della cura del territorio, se lo curassimo un po’ meglio, sicuramente il destino sarebbe ancora più favorevole per tutti. Io non ho voluto vedere le foto di Soverato per un anno poi sono ritornato su quei luoghi nel 2002. Ancora passeggiare e trovarti con il fango alto due metri creava una forte emozione e chi aveva visto quei luoghi l’anno precedente mi riferiva “Sei fortunato a guardare questi luoghi in questo modo!”.

Adesso è accaduto invece l’effetto contrario: dopo 14 anni lì c’è una lapide dove ci sono i nomi delle vittime, però nulla ricorda di quello che realmente è successo. 

Ha scelto di pubblicare le foto di quella vacanza che appaiono alla fine del libro in bianco e nero. Perché?

Abbiamo avuto molta difficoltà con le foto perché tutti noi avevamo immagini che non erano in digitale, erano di scarsa qualità, fatte con le macchine dell’epoca e per una questione pratica sono state pubblicate in bianco e nero. Infatti, la foto di copertina dovrebbe essere una foto mia, non lo ricordo nemmeno, è una foto a colori, però sfocata un po’ maneggiata. La più recente risale al 2000, altre foto che si vedono nel book trailer sono ancora più vecchie. Alcuni amici non hanno comunque trovato foto: c’è chi le ha perse al mare perché si trovavano nelle roulotte del camping, durante la tragedia. 

Ha un altro sogno meraviglioso nel cuore o nel cassetto?

Il sogno meraviglioso è un sogno che continua e non s’infrange, perché comunque grazie a quei luoghi ho conosciuto tante persone con le quali è nata ed è continuata un’amicizia importante. I sogni personali li teniamo da parte, questa sera.

Un sogno meraviglioso

 Tiziana Muselli

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