Il vanto del Sud: la marineria borbonica

27 ottobre 2013 12:51 0 commenti

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Le estese coste del sud Italia erano infestate sin dal 828 d.C. da pirati provenienti dal nord Africa mussulmano, diviso in bey o governatorati di Algeri, Tripoli, e dei regni di Tunisi e di Marocco.

Assalti, deportazioni in massa di prigionieri civili trattati e venduti come schiavi in Oriente, villaggi e cittadine costiere saccheggiate, incendiate, donne e bambini violentati e sodomizzati; quelli che resistevano venivano impalati vivi e decapitati.

Tutto questo succedeva non solo sulle coste calabresi, pugliesi, molisane, abruzzesi e campane, ma perfino sul litorale del napoletano.

Occorreva dunque una flotta da guerra efficiente e presente a difesa delle coste del Regno delle Due Sicilie ed una flotta mercantile battagliera ed efficiente sia per pesca che per commercio.

Re Carlo III di Borbone vista l’audacia dei mori che il 21 aprile 1738, al comando del raìs Haji Mussa, rinnegato cristiano, con una squadriglia di sciabecchi algerini si era presentata nel golfo di Napoli al largo di Procida con l’intenzione di catturare addirittura il re di ritorno da una battuta di caccia al fagiano, il 25 febbraio 1739 ordinò la costruzione di 7 navi da guerra: sarebbero stato l’inizio della gloriosa flotta regia napoletana, composta da unità di guerra medie, in cui vi erano 3 feluconi e 4 galeotte che furono battezzati nel porto di Napoli il 9 marzo.

La flottiglia partì il 30 partirono in crociera di battaglia per pattugliare il golfo partenopero, le coste della Sicilia e quelle di Gaeta e Ponza.

Tra gli ufficiali che parteciparono alla spedizione vi era Giuseppe Martinez, più noto come Capitan Beppe, spagnolo di Cartagena, nato nel 1702, capitano di nave mercantile e nel 1736 arruolato nella flotta da guerra con il grado di alfiere di galera e passato poi a comandare la piccola galeotta di guerra San Francesco nel 1739 che sorvegliava le coste dello Ionio e del basso Adriatico.

Martinez, futuro padre di Luisa Sanfelice, ebbe una carriera folgorante che lo portò ai massimi vertici della marineria militare borbonica.

il 23 giugno la squadra navale borbonica al comando dell’alfiere di galera Orazio d’Oria a largo di Palinuro ebbe uno scontro con un galeotta e uno scappavia d’assalto di Tripoli; i borbonici ebbero la meglio e catturarono navi e prigionieri.

Fu questa la prima piccola vittoria della flotta napoletana.

Intanto il governo nel 1740 iniziò trattative di amicizia con l’impero turco di Costantinopoli scambiandosi doni e ambasciatori con lo scopo di porre freno alle incursioni barbaresche sulle coste del Regno.

Nonostante gli scambi amichevoli in corso, il 13 agosto 1740 due galeotte al comando del tenente di galera Tomàs de Vicuña si scontrarono a Capo Stile con due galeotte tripoline: le affondarono catturando 78 mori , trasportati poi a Napoli in schiavitù e adibiti alle cave di pietra reali per la costruzione delle regge borboniche, del fortino del Granatello di Portici , che faceva parte del sistema costiero di difesa, e per rinforzare i porti di Baia e di Miseno.

Inoltre il 22 settembre 1743 il comandante don Manuel Sereno catturò due galere tripoline al largo di Procida; quando ne portò l’equipaggio a Napoli, fu salutato da entusiastici festeggiamenti da parte della popolazione.

Nel 1745 re Carlo III diede poi disposizione al generale ammiraglio conte di Gazzola, piacentino, di inaugurare l’Accademia di artiglieria; fece anche rinforzare le batterie del forte di San Michele di Procida, al comando del tenente d’artiglieria don Leone de Iorio.

Nel 1746 vennero varate altre tre piccole navi da guerra in aggiunta alle 7 già in corsa e  l’alfiere di galera Giuseppe Martinez passò al comando della galeotta Sant’Antonio, in servizio lungo le coste ioniche pugliesi.

Nel 1747 tornando da una crociera militare di sorveglianza alle coste tra Gaeta a Orbetello, Martinez catturò una piccola galeotta tunisina di 36 mori; quest’azione gli valse la promozione a tenente di galera.

Il mitico Capitan Beppe nel 1750 venne promosso capitano di fregata; le sue sortite militari continuavano ad essere vincenti: catturò sulle coste pugliesi ioniche uno sciabecco tunisino con 54 uomini di equipaggio, che furono mandati a lavorare nelle cave di Mondragone per la costruenda Reggia di Caserta.

Nel 1752 la sua squadra navale di sciabecchi avvistò nelle acque greche di Zante una grossa nave algerina, il Gran Leone, ammiraglia della flotta del bey di Algeri, e la insegui e la catturò nonostante 16 cannoni e 200 algerini di equipaggio. In combattimento perirono in combattimento 109 mori e gli altri furono catturati, compreso il raìs, l’ammiraglio algerino. Tra i borbonici si ebbero invece 10 morti e 44 feriti.

Nel febbraio del 1753, il comandante Martinenz con la sua squadra avvistò una formazione tripolina a Capo Rizzuto mentre si preparava saccheggiare i paesi della  costa; nel feroce combattimento che seguì l’intercettazione catturò una galeotta e un pinco e subito dopo un secondo pinco; catturò il raìs Mohamed Ingnet e i supersiti.

Ingnet finì poi con i suoi uomini ai lavori forzati nelle cave reali di Mondragone; qualche tempo dopo, fu notato e affrancato dal principe don Raimondo de Sangro, che lo prese in casa sua come schiavo personale per i lavori in Cappella Sansevero e del suo laboratorio alchemico.

Carlo III tra il 1740 e il 1750 fondò e strutturò il Catasto e la Deputazione di Sanità per la Marina; nel 1755 restaurò l’arsenale e i cantieri navali di Napoli e in quello stesso anno inaugurò anno anche l’Accademia Militare di Marina, chiamata anche Guardia Stendardi, con insegnanti come il capita Esteban de Ferrari per la navigazione e Pietro de Marino per la matematica; la prima sede dell’Accademia Navale fu ospitata nella chiesa del Santo Spirito.

Per ordine reale vennero anche rinforzate e restaurate le batterie costiere degli Abruzzi, delle Puglie, di Baia, Miseno, Miniscola di Pozzuoli, di Ischia, Capri, Procida, Salerno, Vietri e Agropoli.

Nonostante i rafforzamenti costieri, purtroppo vi furono ancora grosse perdite: nel 1775 al porto di Trapani, due galere borboniche, tra cui la San Gennaro, subirono una sortita dall’interno da parte dei mori appena catturati, che trucidarono nel sonno gran parte dell’equipaggio. Poi, con le due navi e i pochi superstiti borbonici riuscirono ad arrivare ad Algeri; vendettero i prigionieri napoletani come schiavi il 16 agosto.

Nel 1756 una terza galera, la famosa Sant’Antonio, nel tentativo di inseguire i mori nelle acque tempestose di Sicilia, naufragò vicino Siracusa, affondando.

Re Carlo dopo aver inaugurato la fabbrica d’armi di Torre Annunziata nel 1755, nel gennaio del 1757 fece costruire nell’arsenale di Napoli tre nuove galere, di cui una nuova Sant’Antonio e due nuovi schiabecchi, portando a 12 le navi in corsa sulle coste napoletane per contrare le incursioni dei pirati barbareschi.

Per vendicare i sanguinosi fatti del 1755 e le continue scorrerie sulle coste del Regno, Capitan Beppe nel 1757 al largo della Sicilia catturò un grosso pinco di pirati tripolini e in novembre del 1757 un altro a largo del Canale davanti a Catania.

Poi una grande vittoria morale: il 14 settembre 1759 tre galere borboniche catturarono un legno da corsa tunisino e portarono l’equipaggio di mori e alcune donne berbere schiavi a Napoli. Fu un trionfo; una delle donne berbere Iris di Tunisi, fu affrancata dal principe di Sanseveroe destinata alla mansione di cameriera negra della moglie, la principessa Carlotta Caetani.

Iris fu battezzata in religione cattolica e in seguito fu fatta sposare con l’altro servo moro di casa De Sangro. Mohamed Ingnet. La coppia, ben affiata e gradita all’altra servitù e alla famiglia principesca, ebbero però un destino tragico: lei mori di parto cesareo nel 1763, lui di tumore a una gamba un anno dopo.

Due morti naturali, su cui però fiorirono sinistre leggende: infatti Raimondo de Sangro fu sospettato di averli fatti uccidere e di aver utilizzato i corpi degli sfortunati giovani per effettuare e i suoi esperimenti sulla metallizzazione trasformandoli in macchine anatomiche con l’aiuto del famoso medico siciliano Giuseppe Salerno.

Le navi da guerra borboniche tra vecchie e nuove, grandi e piccole erano ormai 30 in tutto e si davano da fare per sorvegliare l’estesissimo litorale del Regno delle Due Sicilie, e non solo.

Cominciò infatti la grande serie di primati da ascrivere alla marineria del Regno delle Due Sicilie: nel 1759 una grossa polacca da pesca di Procida battente bandiera borbonica al comando di Michele di Costanzo effettuò la prima traversata atlantica.

Una polacca procidana da pesca aveva un equipaggio di 12 marinai, tre mozzi di mare, un pilota e un comandante e un peso fino a 8 mila tomoli; il bompresso era corto e sui tre alberi di pioppo con vele quadre; di cui la mezzana armata a randa e gabbia; le polacche erano costruite sull’arenile della Chiaiollela.

La polacca partì da Napoli per le Antille e attraccò tranquillamente al porto di Fort Royal, capitale dell’isola di Martinica, portando un prezioso carico di acquavite, frutta secca, manna e vino per conto di Lucio La Marra, che aveva fondato nella capitale partenopea una Casa di Commercio per le Indie occidentali.

Questo primato borbonico fu solo il primo di una lunga serie; in seguito racconteremo della flotta da guerra e commerciale di re Ferdinando IV.

Michele Di Iorio

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