Il racconto: ‘A sittantacinche

12 novembre 2012 09:41 0 commenti

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«Givinò! Givinottoo! Ciovaanee! Pass’accà ‘a sittantacinche?»

Così, con bonaria insistenza, mi riporta alla realtà una vecchiarella che mi proietta di nuovo nel caos assordante di Piazza Garibaldi. È strano constatare che quando si è assorti nei propri pensieri si riesca ad isolarsi dal mondo, anche in quello chiassoso ed eterogeneo di una piazza napoletana.

Nei dieci anni di frequentazioni universitarie ho imparato a conoscere e riconoscere ogni sampietrino di quei luoghi, ogni spazio vuoto, ogni macchia d’asfalto che delineava la mia linea di calpestio da Piazza Garibaldi lungo tutto il Rettifilo, fino all’angolo con via Mezzocannone e oltre, in quel microcosmo di vicoli che segna l’essenza della mia città.

«Givinò ma state rummenno?»

«Signo’! E che è? Sì, passa accà o purmanno!»

«Sì ho capito, ma voi non vi alterate, io volevo solo sapero si ‘a settantacinque, si ferma qua!»

«Sissignora, se avete pazienza e se siamo fortunati sta arrivanno».

Ormai sono tre quarti d’ora che aspetto il pullman che mi porterà verso casa e calcolato il traffico siamo lì, lì per vederlo spuntare, dietro la Statua dell’eroe dei due mondi; alta, sbiancata e verdognola per l’ossidazione del bronzo che impettita ci guarda dall’alto, con sguardo fiero e pensieroso.

«Obbiglioco sta arrivanno!»

Non l’avessi mai detto! La vecchiarella, che pareva camminasse a stento, si prodiga ora in uno scatto da centometrista e con delicatezza da panzer irrompe nel bus, tramortendo con i colpi bassi delle sue ricolme buste di plastica i rivali del posto a sedere, che parimenti partono all’assalto dell’agognato mezzo.

Inutile dire che tutti salgono da dove gli pare, la maggior parte dalla porta centrale e da quella posteriore, anche perché, anche se non gliene frega niente, è sempre meglio non far vedere al conduttore che il biglietto non ce l’hai.

«Capoo! Nu poco a porta, ‘a signora ha lassato ‘e buste afora, ‘nmiezze ‘e porte!»

La fauna, all’interno, è eterogenea, il 175, o meglio la sua linea, parte da Pollena Trocchia e arriva tutt’oggi fino a Napoli, passando per Massa, San Sebastiano e San Giorgio, serve a chi deve andare a svolgere commissioni in città o vi si reca a studiare come facevo io tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso.

Buona parte dei passeggeri era composta da persone anziane, che non avendo o non potendo condurre un’autovettura si affidavano a quel precario mezzo pubblico, che allora apparteneva all’azienda pubblica dell’ATAN.

Tra i pendolari c’erano anche molti studenti delle superiori che per lo più salivano a San Giorgio, per tornare a casa, più a monte, erano i più fastidiosi perché con gli zainetti Invicta, che regolarmente portavano in spalla, intasavano il già congestionato ambiente dell’automezzo. Quasi sempre si mettevano davanti all’uscita e non si spostavano neanche per farti passare, perché troppo impegnati in estemporanee “posteggie” alle loro coetanee “filoniste”.

Ah! Che bello quando c’era il bigliettaio, personaggio d’altri tempi! Un uomo tra il vigile e l’arbitro di calcio che dirimeva le più disparate questioni di trasporto urbano, come quelle del posto a sedere, o redarguiva chi faceva finta di aver dimenticato la sigaretta accesa tra le labbra e deliberatamente appestava il mezzo.

Oppure “cazziava” chi dichiarava il possesso di un abbonamento mai avuto o un biglietto singolo promosso a perenne passaggio per le pubbliche vie.

Ricordo una volta un vecchietto che fino a pochi minuti prima s’era lamentato del governo ladro, fu beccato in pieno da un controllo, al quale il bigliettaio cedeva inesorabilmente il comando. In un primo momento di sbigottimento, lo spaesato nonnino passò a fare lo gnorri, per poi esporre al cospetto di quei più che impassibili, annoiati caronti, la tessera del partito comunista regolarmente scaduta, quella della CGIL e il codice fiscale.

Di capo me ne ricordo uno epico! Con tanto di divisa e berretto d’ordinanza e dalla ferrea fede marxista, col quale si discorreva del più, del meno e di politica, per ingannare l’attesa, quando il traffico irrimediabilmente ci bloccava sullo svincolo Porto/Ferrovia dell’A1, in entrata in città, là dove un’atavica “cazzimma” creava tre corsie in una.

Spesso, l’uomo dal simpatico baffetto e dalla barba incolta, non mi faceva neanche pagare il biglietto, per simpatia, per riconoscenza dell’attenzione che gli davo, un bollino di carta giallognola che stappava dal blocchetto serrato da due morsetti e che valeva il prezzo dell’amicizia.

Lo rividi molti anni dopo, quando il 175 da tempo non aveva più il bigliettaio e le casse dell’attuale ANM gravitavano attorno alle sorti del consorzio Unico e sulla solerzia dei controllori, ora infami e implacabili più che mai. Lui, incanutito dagli anni, mi riconobbe a stento o fece solo finta di riconoscermi, nel breve tragitto nell’ascensore del parcheggio Brin, dove ora staziona il 175, ma fa lo stesso, la vita va avanti stanca e inesorabile come il tragitto di un bus di linea.

Il bello di quei pullman, e solo quello, era che nelle interminabili attese si socializzava in una maniera incredibile. Si attaccava bottone anche con la più recalcitrante delle ragazze, il tempo doveva pur passare? Si scoprivano interessi comuni, amicizie affini e parentele di terzo grado, in poche parole “s’asceva a parienti”. C’era chi si isolava col suo walkman ma altri organizzavano partite di calcetto per la sera stessa o si studiava, avvantaggiandosi il lavoro per casa. A quei tempi il telefonino non s’era ancora imposto come genere di largo consumo e quindi nessuno ingannava il tempo in altro modo fuorché con la chiacchiera, tranne il cavaliere solitario delle cuffiette, che ascoltava, con aria seria e compunta, chissà quale brano, “e comme sa pensava! Ma che se senteva ‘e Credence!?”

C’era l’abitudine poi di raggiungere il pullman in mezzo alla piazza, quando faceva ancora lì il suo stazionamento, in modo da accaparrarsi i sedici posti a sedere del FIAT Iveco arancione allestito Menarini e vedere la faccia di chi, alla prima fermata, se li trovava là tutti seduti e gaudenti.

C’era però un inconveniente, quel contesto diventava anche l’ambito palcoscenico di tutta quella corte dei miracoli che risultava essere quella piazza; ti toccava così subire gli assalti dei Rom che ti elemosinavano qualcosa, con la loro collezione di santini.

Era poi il momento dei tossicodipendenti, che ti vendevano accendini, fazzoletti e buste per gli alimenti ma c’erano anche venditori ambulanti di pelacarote ed ex carcerati che in un modo o nell’altro t’appioppavano paia di calzini spaiati.

Quando il traffico era tale che le auto spegnevano i motori, di quelli causati dalla concomitanza delle feste natalizie e magari coadiuvati dalla mensile manifestazione dei Disoccupati Organizzati e di qualche lavoro in corso, allora dicevo, le strade erano due: o la Circumvesuviana o gli abusivi.

La Vesuviana, com’era più comodo chiamarla, è una ferrovia secondaria che ha il suo terminale là dove giungeva la Napoli-Portici, la prima linea ferroviaria italiana e che mi avrebbe portato più lontano da casa del 175, anche se più vicino di dov’ero, lì, nella bolgia infernale di Piazza Garibaldi ma rimaneva sempre la mia estrema ratio e quasi sempre optavo per gli abusivi, tutto sommato un ambiente più simpatico e meno insulso di quel treno fatto di impiegati saccenti e signore sangiorgesi in vena di shopping.

Gli abusivi erano i pulmini, i “purmandini”, Ford Transit primo modello color ruggine, nel senso che non avevano più vernice o spesso minuscoli FIAT 850, ai quali, tutti insieme appassionatamente, letteralmente abbracciati, con i pro e i contro della situazione, si ricorreva quando l’attesa del mezzo ufficiale sembrava ormai vana.

In verità, conoscendo l’atavico ritardo della mobilità pubblica partenopea, questi liberi impresari di se stessi spesso anticipavano il bus di linea e con strade alternative e con accondiscendenti fermate, allettavano l’utenza.

I prezzi erano di poco più bassi del biglietto dell’ATÀN e con urla più da fruttivendolo che da autista (mestieri che spesso e stranamente coincidevano) richiamavano a se i deambulanti clienti.

«‘A Volla, ‘O Riooone! ‘O Rione INCÌS, San Gioggiooo! San Gio’! Jamma ca ce ne jammo! Tanto ‘o purmanno nun passa!»

(La foto è dell’autore)

Ciro Teodonno

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