Il racconto: ‘A puteca ‘e Pascalò

18 novembre 2012 09:49 0 commenti

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Ci sono dei luoghi che come degli eventi ti segnano.

Nelle culture primitive, quelle che i nostri occhi e le nostre menti erano avvezzi a conoscere attraverso i documentari di Folco Quilici, Jacques-Yves Cousteau o il più misterioso Félix Rodríguez de La Fuente, quelli che ci facevano viaggiare per un mondo selvaggio e meraviglioso; in quelle culture, come dicevo, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza era segnato da veri e propri riti.

Il giovane affrontava le sue responsabilità sin da piccolo, guadagnandosi l’accesso al mondo degli adulti.

Talvolta ricordo che anche io sono stato bambino, ricordo che anche per me c’era stato un tempo dilatato, il tempo allora era largo oltre che lungo, un computo cronologico in prospettiva di quel che ero, non esisteva ancora un’immagine del cosa sarei stato; ero e niente più, vivevo in funzione della vita e della sua quotidiana scoperta.

L’età adulta, col suo breve ma devastante preambolo dell’adolescenza, non me l’ha dischiusa la scuola o l’amicizia, tanto meno quello che sarà l’anelato impatto coll’altro sesso, questo traumatizzante e meraviglioso evento avverrà solo più tardi, con una consapevolezza maggiore e con una determinazione che per fortuna non s’addice ancora alla prima gioventù.

Il mio svezzamento sociale è avvenuto fuori, lontano dall’ambito familiare così protettivo ma anche così serrato; lontano da ogni materna protezione e da ogni paterna tutela.

M’affacciai al mondo fuori della porta di casa, nel salone di Pascalò.

A Napoli, per fortuna ancora oggi, gli esercizi di barbiere si chiamano salone, una parola che all’epoca della mia infanzia ricordava tanto quella dei saloon di quei western che vedevo con la bocca aperta in tv, sì perché all’epoca li trasmettevano ancora, a scelta: con messicani o indiani pellerossa a fare i cattivi di turno.

All’epoca non esisteva il politicamente corretto.

Quando poi alla televisione non davano il film dei cowboy, come ci piaceva anche chiamarli, e non c’erano i Giochi senza frontiere, si passava, in genere il sabato, al cinema fatto in casa, quello del 16 mm di mio padre; cosa che era una festa non solo per me, ma anche per tutto il vicinato, motivo di gioia e celebrazione allora, come di malinconico ricordo ancora oggi.

Altro che lettore Blue-ray e schermo piatto HD, il nostro grande schermo era un lenzuolo grande, immenso e bianco, perché lo lavava mammà! E se poi il film era, come ogni western che si rispetti, in cinemascope, allora nessun problema! Papà cambiava l’obiettivo e lo schermo diventava panoramico, con il candore di un altro lenzuolo e l’ausilio di quattro mollette.

Ma torniamo al salone di Pascalò, questa bottega, ma s’è capito che preferisco la parola puteca perché così mio nonno chiamava la sua d’ebanista e concedetemelo, suona molto meglio che nell’altra mia madrelingua!

Questa puteca dicevo, stava nella Napoli cosiddetta fuori le mura, in Corso Arnaldo Lucci, presso la chiesa di Sant’Anna alle Paludi, zona più propriamente conosciuta col nome di Case Nove, che nuove non erano e non lo sono, e forse non lo sono mai state, vista anche la loro destinazione popolare, l’incuria e la fatiscenza che spesso le contraddistingue. Risalgono infatti al Risanamento post colera del 1884, quello che giustificò lo sventramento del centro storico col Rettifilo, Corso Umberto I per intenderci.

Chissà perché, in questo paese, la politica deve sempre sancire il suo operato con la costruzione e distruzione di qualcosa.

Tornando al buon Pascalò che ormai non è più, questo da una decina d’anni credo, ricordo ancora le mani di quell’uomo mite e comprensivo che a stento gestiva la popolana volgarità dei clienti, abituali e non. Mani lisce, stranamente lisce per un uomo, il suo tocco era deciso e preciso ma non violento o noncurante dell’età del cliente, anche i suoi modi erano gentili, forse valutava la mia età o forse il fatto che eravamo buoni clienti, comunque era attento e rispettoso e questa è cosa assai rara tra gli esercenti napoletani.

All’epoca non esisteva il divieto di fumare nei luoghi pubblici, o meglio, esisteva ma non lo si faceva rispettare com’è buona norma nel mio paese. L’accoglienza era dunque quella del familiare fumo delle sigarette, le MS di mio padre ma anche le più rinomate ed esotiche Marlboro e Merit o qualche Nazionale “moscia” per non guastare l’atmosfera nazionalpopolare del luogo. Il fumo dicevo, m’accoglieva nel salone di Pascalò ma non era il solo!

Mio padre m’accompagnava per il taglio di capelli, perché Pascalò era il suo barbiere, stava vicino a dove lavorava lui e i prezzi erano ragionevoli rispetto alla più esosa San Sebastiano, dove più per i prezzi, eravamo stranieri in patria, troppo legati al luogo d’origine, Napoli per l’appunto.

Io non ero tanto contento di andare dal barbiere e non solo per quell’innata recalcitranza dei bambini all’igiene coatto; ricordo ancora con commozione le corse per casa di mia madre per catturare me o i miei molti fratelli e consegnarli all’odiata vasca da bagno. Quello che temevo di più nel salone di Pascalò era invece un’altra cosa, quella che ogni uomo, fatto o in nuce, teme: l’ignoto!

L’ignoto che temevo era in verità l’ingresso in un mondo nuovo, fatto solo di adulti, di maschi e di argomenti non propriamente scibili ed elevati. Devo dire che il mio primo lessico del turpiloquio, strettamente vincolato ad un ars amandi non del tutto cavallerescamente ortodossa, ha posto le sue fondamenta proprio lì int’a puteca ‘e Pascalò.

All’inizio certe parole suonavano strane: lota, lutammaro, omm’e sfaccimma, ricchiò, merdaiuolo, erano questi alcuni degli epiteti e saluti più comuni che i presenti si scambiavano con reciproca cortesia nella puteca di Pascalò.

Anch’io, in verità, di tanto in tanto attingevo da quell’elevato vocabolario e sfoggiavo con orgoglio iniziatico tra gli increduli coetanei qualcuna delle amenità apprese nel salone. Questo finché qualche mamma scandalizzata non protestò sonoramente con la mia, che mi fece passare la voglia di accelerare i tempi a suon di battipanni: all’epoca i figli si picchiavano ancora!

Pascalò aveva un fratello del quale non ricordo il nome e forse è meglio così. Il fratello non aveva la sua stessa gentilezza e in verità non aveva proprio niente in comune.

«Uee! Sce’! Bonciorno! Comme sta chella puttana’e muglierata!?!».

Questo era uno dei saluti più delicati che gli si rivolgevano e lo scemo, equivaleva per lui come un don o un caro, che normalmente si usava in forma di rispetto nei convenevoli altrui.

Le cose cominciarono ad essere un po’ più chiare quando mio padre mi disse che il fratello di Pascalò scemo lo era per davvero!

Le cose quadravano, sì, ma fino a un certo punto. Il concetto di scemo, ovvero di alienato mentale era concretizzato in personaggi come Ciruzzo ‘o scemo, Nicola, forse pe’ Vastiano ‘o pazzo, pace all’anima sua! Persone che davano a vedere che in realtà non ci stavano del tutto con la testa ma ‘stu frate’e Pascalò c’a fatto p’essere scemo?

E lì mi scontrai davanti ad un’altra dura legge della vita: la debolezza, quella che si paga e la si paga tutta e con gli interessi! Soprattutto se non hai nessuno intorno a te che ti protegge. Se non hai soprattutto una famiglia che ti tutela che ti aiuta a superare i frangenti delle tue debolezze, che copre e ti ricopre; allora sei perduto tra i flutti, il branco si prenderà gioco di te, prima d’azzannarti definitivamente o, ancor peggio, a giocare con te finché non si scoccia!

Con Ciruzzo ‘o scemo, omonimia che i miei coetanei spesso mi facevano pagare, gli adulti ne approfittavano più dei piccoli che però imitavano perfettamente al momento dovuto.

La mia pietas familiare mi imponeva al contrario a vedere del buono in tutto e tutti. Privo di corazze, talvolta utili alla difesa personale, trovavo scandaloso che uomini, padri di famiglia, persone inserite a pieno titolo nella società, denigrassero un uomo che ai loro occhi era diverso, per patologia reale o fittizia ma a furor di popolo generosamente elargita.

Così, come con Ciruzzo ci si divertiva nell’ascoltare le sue assurde storie dandogli corda all’occorrenza o quando non gli si faceva addirittura fare cose assurde, che nessun altro “normale” avrebbe fatto, così si infieriva sulle vicissitudini degli altri scemi.

Ricordo quando una sera d’estate, si ripropose la scena di un film di Stanlio e Ollio, all’epoca c’era ancora chi li chiamava ‘O sicco e ‘o Chiatto, degli omaccioni, vollero proseguire nell’ilarità della pellicola appena terminata, dividendo a metà una mille lire, come i due comici facevano con un dollaro per fare la metà di un guadagno.

Lì avrei apprezzato di più se la banconota fosse stata di più alto valore, il rapporto tra il normale e l’anormale sarebbe stato, almeno temporaneamente, paritetico e avrebbe messo le cose su tutt’altro piano.

Così, come dicevo, allo stesso modo, i clienti di Pascalò apostrofavano suo fratello e soprattutto la moglie di questi, che sembrava realmente praticasse l’antico mestiere.

Il fratello s’incazzava, Pascalò non rispondeva, forse conscio che alla vox populi non si ribatte; si rischia di rafforzarla, o forse semplicemente rassegnato a quello stato di cose. La sua unica intenzione era quella di tenere a bada la situazione, il più delle volte prendendosela col fratello che reagiva in malo modo.

Ristabilita la quiete ritornava a fare barbe e capelli con la sua consueta e ieratica flemma.

Pascalò non parlava molto ma era chiaro, e come negarlo, che ascoltava, ma, contrariamente alle proverbiali capere napoletane, da lui non usciva verbo alcuno, le cose sembravano scivolargli addosso, i fatti non lo scalfivano ma allo stesso tempo non lo lasciavano indifferente del tutto.

L’umanità, il suo patire di uomo, glielo si leggeva negli occhi umidi e vivi. Quando poi gli rivolgevi la parola lui t’ascoltava e se la confusione era tale da non sentire intimava gli altri di far silenzio ed era tutt’orecchi per te.

La clientela di Pascalò era varia ed eterogenea, si facevano servire da lui il vecchio pensionato dalla rascata facile, fonte infinita di un atavico catarro, l’indaffarato impiegato dell’INPS, la guardia giurata della banca di fronte, il sindacalista della UIL e quello della CISL e in mezzo a quel marasma di dialetto misterioso, e modi a dir poco coloriti, c’ero io, piccolo e solo.

Fu lì che capii o meglio che incominciai a pormi qualche dubbio sul fatto che i bimbi non li portava propriamente la cicogna e che uomini e donne avevano qualcosa in comune e che in genere li attraeva reciprocamente.

Incominciai a capirlo dai commenti che ascoltavo da quella poltrona girevole che per me era uno spasso per le giravolte che davo quando Pascalò riscaldava l’acqua per lo shampoo, e per lo strano poggiapiedi d’acciaio che all’occorrenza, girandolo diveniva un comodo cuscino per le caviglie. Io, all’epoca, non ci arrivavo, e lo facevo roteare con la punta dei piedi, cosa che faceva un po’ innervosire Pascalò: «Statte fermo ca se scassa!»

Io, da piccolo, c’avevo l’arteteca e pure oggi sono la disperazione di chi mi conosce. Chiedo, m’informo e spesso tocco, apro e smonto, ma che ci volete fare è la curiosità mia che è troppo forte.

Roteandomi quindi sulla poltrona facevo il finto tonto e allungavo le orecchie, recchie ‘e pulicano sento dire ancora oggi e chissà il perché, e ascoltavo i discorsi dei grandi.

«… Uee zitto, ca l’ata sera, nun’aggia acchiappata a doje muccuse sott’a scala ca steveno pesce e pucchiacca!? È si pesce e pucchiacca steveno chelli doje chiavache! – Jata a fa’ mocca a chelli stronze de mamme voste – c’aggio ditto io, e se ne so’ jute, ma è cosa secondo te?»

E qui incominciano gli atroci dilemmi di un undicenne al debutto degli anni ottanta del secolo scorso; non che le due parole fossero per me sconosciute, la fraseologia e la coprolalia napoletana è ricca di fonti a riguardo ma era la loro unione che mi lasciava perplesso: pesce e pucchiacca! Che ci faranno mai assieme, boh!

Informai i miei coetanei delle ultime novità napoletane, alcuni arrossivano asserendo: «Ma che ddici lo dico a mia mamma e quella lo dice alla tua e tu abbuschi» altri più smaliziati ma altrettanto disinformati mostravano una certa saccenza che, in quanto tale, annusava solo l’essenza di quello strano connubio ma non la reale conoscenza, inutili quindi alla mia sete di sapere anche se meno pericolosi e compromettenti dei primi.

In mancanza di confidenza con i ragazzi più grandi decisi di affidare i miei dubbi all’enciclopedia medica, ancora incellofanata nella libreria del soggiorno; macché! Un disastro! Dopo aver tradotto pesce in pene, fallo, verga e simili e pucchiacca in vagina, mi inoltrai in una serie infinita di vocaboli e paroloni nuovi, una cosa da stress!

E cosi decisi di rassegnarmi al prossimo incontro sul campetto con qualche ragazzetto più grande che mi avrebbe delucidato sul fatto in questione o atteso il sopraggiungere di qualche cugino grande in visita con gli zii.

Fu così che arrivò il giorno che vennero a trovarci a casa i cugini, gli incontri del campetto peggiorarono la situazione, qualcuno se n’era venuto con dei giornaletti che a me sembrarono più una fiera degli orrori, piena di mostruosità abnormi, e complicarono la visione del mio cammino di conoscenza.

Da sempre, almeno per noi bambini, la visita degli zii era festa grande, vivendo allora in campagna non vedevamo molti parenti e le amicizie vivevano a distanze allora dilatate ai miei occhi. Decisi così di chiedere a mio cugino Gigi, più grande di me di un paio d’anni, cittadino e che sembrava conoscere l’argomento: «Il fatto è che tu non hai fatto educazione sessuale, se no capiresti molto di più e ti piacerebbe anche questa cosa qua» – «Azz!” dissi io «Addirittura!» – «Sì ma come funziona, cosa succede?» – «Si tratta di cosa semplice ma complicata» e provò a spiegarmelo in termini che, secondo lui, io potevo comprendere, usando quelle parole più avvezze all’infanzia che mi accingevo a lasciare, sostituendole a quelle dialettali e a quelle incomprensibilmente altisonanti della scienza. «Nooo! Non è possibile ma che ddici!? Stai scherzando!» –  «No, no, è proprio così, chiedi a qualcun altro se non ci credi».

Trauma! Trauma dei traumi, e io che credevo che come nei film bastava darsi un bacio, l’immagine sfumava e la donna compariva subito dopo col pancione e contornata di pargoletti.

Per fortuna, o forse no, lo stupore infantile dura poco e con la crescita e il sacrosanto lavoro ormonale incominciai a capire le cose come andavano e che Gigi, educazione sessuale a parte, aveva proprio ragione.

Gli anni passarono in fretta e da Pascalò non mi ci accompagnava più mio padre ma ci andavo da solo quando ne avevo bisogno, prendevo il 175 a San Giorgio a Cremano, scendevo a Piazza Garibaldi o, meglio ancora, a Via Galileo Ferraris e andavo diretto al salone per fare i capelli. Fu lì che feci anche la prima barba, cioè, la prima barba fatta da un barbiere.

Una cerimonia, le solite mani lisce di Pascalò, l’acqua bollente, il rasoio, quello di una volta, affilato su una specie di cinta di cuoio prima d’ogni barba e ripulito sulle schedine del totocalcio della settimana prima e poi quel meraviglioso sapone da barba alla mandorla che uso ancora oggi.

Ora non ci andavo più con timore, anzi mi ci divertivo a sentire quei discorsi di indicibile trivialità e talvolta dall’iperbolica volgarità, che fantasia possiede la mia seconda lingua materna, che moltitudine di improperi, insulti, sfottò, che sfizio sentirli da quei clienti ormai incanutiti dal tempo e che mi ispiravano ora una simpatia accattivante.

Andavo spesso a Napoli, perché lì lavorava mio padre e talvolta tra lo studio, le partitelle di pallone e finalmente le ragazze, andavo ad aiutarlo e di tanto in tanto andavo a farmi i capelli da Pascalò: «M’arraccumanno c’o ddici tu a papà che si passato è, nun t’o scurdà! » –  «Vabbuò! »

Fu lì che m’aggiustai bello bello per la foto del libretto universitario e fu lì che andai a farmi barba e capelli due giorni prima di sposarmi: «Pasquale sistematemi come se mi dovessi sposare».

Dapprima non ci fece caso poi focalizzò la cosa, filtrando dalla sua monotonia quel barlume di luce che forse, dico forse, valeva la giornata e anche qualcosa di più! Credetemi da quegli occhi lucidi e buoni filtrò qualcosa in più, qualcosa di simile a una lacrima: «Ma che dici davvero ti devi sposare? Ma comme io mo te facevo e capille ‘ncoppo o seggiolone e mo te spuse o Gesù, Gesù! Ma overo faje?» – «Sì Pasquale, dopodomani mi sposo! »

Non so se impressionato più per me o per la costatazione per il tempo che era passato anche per lui ma lo vidi come in trance quel giorno, ci salutammo, mi offrì la barba, come fece per la prima che me la feci da lui.

Credo che quella fosse stata l’ultima volta che andai al salone, almeno come cliente, spesso passavo p’a puteca e intravedendolo dietro i riflessi dei vetri dell’ingresso, lo salutavo e lui rispondeva con la mano inframmezzata da forbici o pettine.

Io ho preso la mia strada e di tanto in tanto, come tributo al turpiloquio del salone, mi prodigo in qualche roboante parolaccia, per prendermela con qualcuno che se la merita o per far ridere i miei figli.

(La foto è dell’autore)

Ciro Teodonno

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