Il mistero svelato

24 marzo 2014 16:23 0 commenti

i LebanoL’avvocato Giustiniano Lebano, nato a Napoli nel 1832, si allontanò dalla Città per evitare l’arresto per le sue attività antiborboniche; rientrò nel 1860 e divenne assessore per gli alloggi garibaldini e per le scuole elementari e materne pubbliche, nonché per la benificenza ai poveri.

Fu affiliato alla massoneria egizia il 1 agosto 1861; fece parte della loggia napoletana Sebezia di Domenico Anghera, poi al Grande Oriente Misraim nel 1864 e al Gran Capitolo Rosacroce Egizio nel 1865, su presentazione degli avvocati Luigi Capuano e Giuseppe Ricciardi conte di Camaldoli.

Lebano abitava a Torre del Greco nella frazione La Cava o Leopardi dal 1867, dove si era rifugiato per scampare alla terribile epidemia di colera verificatasi tra il 1866 e il 1867 che aveva ucciso due dei suoi figli, Filippo, di tre anni, e Anna, di 2 mesi.

Nella zona però imperversavano bande di briganti, e ad un certo punto Lebano si trovò a fronteggiare il tentativo di sequestro da parte del partigiano borbonico Pilone che fecero vivere alla moglie Virginia Bocchini forte momenti d’ansia.

Virginia, nipote di Domenico Bocchini, era innamorata della figura di letterato e studioso del nonno, di cui ereditò la ricca biblioteca. Si diplomò all’Istituto Magistrale Eleonora Pimentel de Fonseca di piazza del Gesù e fece parte del circolo femminista di via Costantinopoli; tramite la principessa Enrichetta Capecelatro conobbe il giovane avvocato civilista e commercialista Giustiniano Lebano, che rivide nel 1863 nel salotto letterario dei conti di Camaldoli a Posillipo e nella villa del conte Giuseppe Ricciardi, deputato italiano, ove si parlava di patriottismo, di carboneria, di massoneria egizia, di cavalieri templari, dei Rosacroce, di Cagliostro, di kabbala, di astrologia, di teurgia, di alta magia sacerdotale, di evocazioni eoniche

I giovani fidanzati Giustiniano e Virginia cominciarono così ad interessarsi di alchimia, di Nostradamus, di Cardano, dell’astrologo e alkimista Ruggeri, di Saint Germain. Insieme visitarono le Catacombe di San Gennaro dove era stato iniziato lo scrittore Lytton, dei cui romanzi Virginia era grande appassionata.

Approfondendo i suoi studi, Virginia prese il nome iniziatico di Leila; che credeva di essere stata una reincarnazione di una poetessa catara albigese della Provenzale arsa a Montsegur nel 1244 e di Giovanna d’Arco, mandata al rogo dagli inglesi, e di una giovane valdese morta per fuoco nel 1500 a Savignano ad opera dei cattolici.

Si sentiva destinata alle fiamme, dunque, anche se poi queste reincarnazioni erano defluite nella sua vita appena precedente, quella di Luisa Sanfelice, però morta per decapitazione.

Giustiniano e Virginia si sposarono a Napoli nel 1865; la perdita dei due primi figlioli la scosse profondamente; i suoi nervi vennero messi a dura prova anche dall’impegno del marito nel congresso massonico dell’anticoncilio contro l’infallibilità papale del 1869.

Virginia e Giustiniano Lebano presero parte a sedute medianiche con la giovane medium Eusapia Palladino, seguendo la moda lo spiritismo, nata nel 1848con le sorelle Fox negli Usa; i coniugi presero a frequentare anche il medium , astrologo, kabbalista, alchimista Pasquale de Servis detto Itzar.

I Lebano credevano che il piccolo terzogenito nato nel 1869, cui diedero il nome di Filippo, come il padre di Giustiniano e il fratellino morto precedentemente, fosse la reincarnazione del nonno e dell’avvocato Mario Pagano.

Nel 1870 Lebano vendette le sue proprietà di Torre del Greco e comprò la masseria Scauda in frazione di Trecase di Boscotrecase, vicino Torre Annunziata e vi si trasferì; era divenuto socio dell’avvocato Filippo Cacace, noto civilista e commercialista locale, Venerabile presidente dell’antica Loggia massonica I figli del Vesuvio, fondata dal 1808. Il primo nome della proprietà fu Masseria e poi Villa Lebano, dopo i lavori di ristrutturazione del 1885 dell’edificio e del giardino murato.

La Villa fu anche sede dello studio legale commercialista associato Cacace-Lebano; nel 1874 vi nacque la quartogenita figlia, Silvia.

La salute e i nervi della giovane Virginia continuavano però a peggiorare: la stremavano il dolore per le morti dei primi due figli, le sue ansie, le sue ricerche spiritiche notturne, la sua dieta alimentare eccessiva a base di verdura, ma anche le gravidanze troppo ravvicinate. Il marito interpellò spesso il medico condotto, il ventiduenne Giuseppe Cucurullo, laureatosi a Napoli in medicina e chirurgia.

Il giovane clinico divenne amico di Giustiniano Lebano; massone, innamorato dello spiritismo e della corrente letteraria romantica cara a lord Byron e a Ugo Foscolo e seguace delle idee di Mazzini e di Garibaldi, Cuccurullo si credeva la reincarnazione del medico anatomista palermitano del ‘700 Giuseppe Salerno.

Cuccurullo cominciò a seguire gli studi del medico e deputato Agostino Bertani, che indagavano la strana malattia che veniva definita vampirismo, che dal 1600 in poi alimentava i romanzi gotici che tanto volentieri leggeva Virginia, come il Polidoro di Shelley, che raccontava di vampiri umani …

Il dottor Bertani dopo l’inchiesta medico-agraria del 1872, scartò le ipotesi che questa malattia fosse epidemica al pari del vaiolo, tifo, paratifo, salmonella.

La strana malattia del vampirismo si era diffusa tra Lombardia, Roma e le campagne di Napoli nel 1872,1873 causando migliaia di morti.

Giuseppe Cuccurullo seguì anche le teorie del chirurgo molisano Michele Vago, professore universitario, che fece una distinzione tra vaiolo, tifo e paratifo, occlusioni intestinali, tumori stercorari, febbre sanguigna, classificando il vampirismo simile al colera, ma dovuta ad infezione intestinale contagiosa che causava isteria e febbre perniciosa provocata dalla segale cornuta presente tra le piante del grano.

Vago stesso morì a Napoli il 10 gennaio 1874 colpito da questo morbo misterioso.

Il professor Villanova nel 1873 e continuò a Roma le ricerche del dottor Michele Vago, dal 1873, arrivando a dimostrare per certo che non si trattava nè di vaiolo, nè di tifo, nè di paratifo, nè di salmonella, nè di gastroenterite e nè di colera classico pernicioso; morì anch’egli nel1874, contagiato dallo stesso misterioso morbo.

Giustiniano Lebano a sua volta pubblicò due libri che trattavano degli studi sul colera ovvero di morbo ciphon colera, secondo lui dovuto ad infestazioni larvali spiritiche dei maghi cinesi o meglio, scriveva, della genia dei Gesuiti, che insieme a frati domenicani e agostiniani dal 1224 affollarono l’inquisizione cattolica, che aveva mandato al rogo 9 milioni di persone.

Era opinione di Lebano che fossero loro ad infettare o per induzione larvale spiritica o iniettando microbi e batteri terribili per detenere il dominio sul sapere umano e sul popolo.

Intanto nel 1873 scoppiò l’epidemia del misterioso morbo a Napoli e nelle campagne circostanti: 13mila morti in Italia, secondo l’inchiesta del giornale Il Mattino.

I Lebano si rinchiusero nella loro villa e non fecero più vita mondana, allontandosi da tutti; per prudenza mandarono la figlioletta in collegio a Sorrento e ritirarono da scuola il 15enne figlio Filippo.

Precauzione inutile: il ragazzo si ammalò, colpito da febbre alta, la pelle secca e desquamata, con vomito, diarrea liquida e abbondante, polso debole, pressione sanguigna discontinua, insonnia, inappetenza, sete atroce, dolori ai reni e allo sterno, cefalea, sguardo assente e pupille dilatate.

Chiamato d’urgenza il dottor Cucurullo, questi curò Filippo con riso in bianco, brodo caldo di carne bianca, pollo e tacchino bollito, spremute di limone, pesce in bianco, aceto, alcool, chinino, olio dei monaci di Monte Athos, tintura di iodio, salassi, patate e ghiaccio in fronte, bollitura continua di tutta la biancheria, lavaggio igienico dei locali dove giaceva; qualche miglioramento si ottenne,e intanto si arrivò al 15 febbraio 1883.

Il medico esortò i Lebano a ricoverare il ragazzo in ospedale, ma Virginia non volle; chiese invece esorcismi, talismani, benedizioni di sacerdoti e di maghi, a Eusaupia Palladino, al giovane guaritore Pasquale Antonio De Santis, al porticese Gaetano Petriccione, detto Morenius.

Filippo si aggravò e il 17 marzo venne finalmente ricoverato in ospedale; il dottor Cuccurullo scartò le tesi mediche iniziali; i colleghi invece osservarono prudentemente la teoria del colera e poi il 25 marzo quelle di occlusione intestinale, tumori stercorari, scartando anche queste ipotesi, diagnosticando infine sospetta gastroenterite o enterite intestinale di tipo precoleroso.

Il ragazzo fu dimesso il 18 maggio, in teoria guarito, senza febbre; una settimana dopo però ricadde in preda a febbre altissima, accessi di violenza; colto da furia nervosa, rompeva bicchieri e bottiglie, lanciava oggetti, tentava di aggredire infermieri e domestici, perfino il medico. In un delirio allucinante che si alternava a periodi di coma parlava di fantasmi.

Ai primi di settembre arrivarono a villa Lebano da Portici Itzar con Ciro Formisano, il futuro Kremmerz, per tentare di guarire il paziente con evocazioni e lunazioni astrologiche.

Naturalmente, fu tutto inutile. La madre disperata, la notte di San Michele in vestaglia da notte e scalza a mezzanotte prese il figlio tra le braccia e scese al piano terra nello studio del marito; si chiuse dentro a chiave. Con la farina tracciò un cerchio di 3 metri e mezzo di diametro sul pavimento, deponendo 4 candelieri accesi per un evocazione spiritica eonica. Era l’estremo tentativo di salvare il figlio.

Iniziò un rituale magico deponendo nel cerchio libri esoterici e Buoni del Tesoro; tracciò con una spada in aria segni kabbalistici invocando gli angeli protettori del figlio.

Un tuono seguito da un fulmine terrificante ruppe il silenzio della notte autunnale; il vento spalancò le finestre e spense le candele; la donna spaventata ma decisa continuò le sue invocazioni, riaccese le candele e bruciò dell’incenso.

Diede fuoco ai libri di magia, alchimia, teurgia, di massoneria, credendo cosi di espiare i peccati del marito anticlericale e massone, pur di salvare il figlio morente. Un altro fulmine caduto tra una grandinata e una folata di vento spezzò in giardino un piccolo albero del giardino; le fiamme sprigionate dai libri lambirono la vestaglia di Virginia, che vide prendere fuoco perfino il libro dei Salmi di David e la Bibbia che aveva in mano.

La donna cercò di spegnere le vesti in fiamme, lasciando il figlio vicino la porta al di fuori del cerchio. Il vento forte spalancò le porte interne e i battenti presero fuoco: l’incendio si propagava.

I domestici diretti da Lebano sfondarono la porta dello studio e gettarono coperte sulla sventurata, portando subito sia lei che Filippo in coma in ospedale, dove il ragazzo morì durante la notte.

Virginia venne dimessa dopo 15 giorni di ricovero, con ustioni di terzo grado le  deturpavano viso e mani. Pietosamente il marito fece eliminare gli specchi dalla sua camera, facendola assistere dalla governante che le cambiava le bende sotto il controllo del medico. Il dottor Cuccurullo informò Lebano che a Napoli, all’ospedale Gesù e Maria, il clinico Salvatore Tommasi aveva dato finalmente il nome alla strana malattia: era pellagra, che portava a pazzia e quindi a morte del malato.

Era quella che aveva colpito i ragazzi e Virginia, moglie bella e infelice di Giustiniano Lebano: nonostante cure, sedativi, sonniferi, spesso dovette essere legata al letto e sorvegliata a vista. Tentò più volte la fuga e anche il suicidio, e accusava il marito della morte dei tre figli per infestazioni spiritiche larvali inviate nella loro casa per punirlo del suo anticlericalismo.

Virginia Bocchini in Lebano non si riprese mai, colpita frequentemente da gravi crisi epilettiche. La sua travagliata vita finì per infarto nel luglio del 1904.

Michele Di Iorio

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