1859: La rivolta dei soldati svizzeri

2 novembre 2014 14:59 0 commenti

soldati_svizzeri1Una serata calda del 7 luglio 1859, di quelle estive che soltanto Napoli sa offrire, una leggera brezza marina temperava il clima afoso. Rade carrozze sfilavano per via Toledo: i signori erano per lo più in vacanza estiva sul litorale di Portici o nelle tenute natie.

Il popolo rimaneva l’assoluto protagonista della splendida città con la sua solita allegria.

In quell’anno regnava il giovane Francesco II, 24 anni, figlio della santa Maria Cristina di Savoia, detto affettuosamente Lasa dal padre Ferdinando II recentemente defunto.

L’ombra del grande genitore, che aveva reso veramente indipendente il Sud, accompagnava Francesco, che ancora non sapeva di essere al di centro di una tumultuosa vicenda. Il giovane re era a Capodimonte nella magnifica reggia estiva e non immaginava che di lì a poco si sarebbe compiuto un nefasto destino per il Regno delle Due Sicilie.

Tra maggio e giugno 1859, Francesco II secondo i precetti di suo padre aveva abilmente schierato 12mila soldati di osservazione militare sulle frontiere degli Abruzzi. Aveva fatto amnistiare tutti i confinati ed esiliati politici del Regno per accattivarsi le simpatie dei liberali e aveva sottoscritto un’alleanza militare con il regno di Sardegna, pur dichiarandosi neutrale.

Nel mese di gennaio, poco prima che morisse Ferdinando II, aveva sposato una bellissima duchessa bavarese, la diciannovenne Maria Sofia di Wittelsbach.

Nell’esercito borbonico accanto agli 89mila soldati di linea militavano 6mila soldati svizzeri, introdotti dal 7 ottobre 1825 da suo nonno Francesco I in sostituzione di 12mila soldati austriaci.

Per i militari elvetici era stato stabilito dal governo borbonico una ferma di 5 anni, con trattamento di favore per ufficiali. I soldati percepivano la paga di 9 grani giornalieri contro i 5 dei soldati duosiciliani. Inoltre, gli svizzeri dormivano in letto, mentre i napoletani sul pagliericcio. Considerando che venivano forniti del corredo completo – spada, divisa grigia da fatica e un’altra da parata – costavano al Regno circa 60mila ducati l’anno.

I militari elvetici venivano reclutati nei cantoni di religione cattolica, con una convenzione di 6 anni con la Dieta o governo confederale svizzero. Scaduto l’accordo nel 1851, Ferdinando II aveva tentato di rinnovarlo, ma la Dieta si era opposta a causa dei sanguinoso episodi di cui si erano resi protagonisti i soldati elvetici al comando dei Borbone. Fatti che erano stati denunciati da Pier Silvestri Leopardi, liberale, esule, già incaricato a Torino del governo costituzionale borbonico caduto nel 1848.

La Dieta aveva inviato i due commissari Collini e Francini, per investigare sulle vicende che avevano coinvolti i soldati svizzeri e aveva deciso di non rinnovare la convenzione.

Pochi giorni prima il governo elvetico aveva tolto dai cantoni gli emblemi delle truppe svizzere in servizio presso papa Pio IX dopo i fatti di sangue della repressione dei moti pontifici in Romagna e a Perugia nel 1859. Il 7 luglio 1859 il colonnello comandante del IV reggimento ordinò di togliere dalle bandiere gigliate borboniche l’emblema della città di Berna.

La notizia si era diffusa proprio quella mattina tra i soldati svizzeri mentre prendevano il pane al forno militare.

Cominciarono la sera i conciliaboli nei dormitori dei reggimenti. Un soldato del III reggimento svizzero a San Giovanni a Carbonara si avvicinò al forte del Carmine dove era alloggiato il II reggimento elvetico e fece arrivare ai suoi commilitoni una lettera che li esortava ad opporsi alle direttive del loro governo. Al che 106 soldati tra cacciatori e granatieri svizzeri delle 4 compagnie del II reggimento si misero in marcia al grido di «Viva la svizzera e viva il re!»

Arrivati a San Giovanni a Carbonara suonarono l’adunata generale. Sparando colpi di fucile in aria e battendo sui tamburi si unirono a numerosi soldati del III reggimento impadronendosi della loro bandiera e ferendo gravemente il maggiore Wolf e diversi altri ufficiali arrivati da San Potito per invitare gli uomini del IV reggimento ad unirsi. Cadde un sottotenente18enne del posto di guardia.

Alle 20,30 venne sfondato il portone della caserma di San Potito e feriti i tenenti Haller e Stettler e il maggiore Morch e fatto prigioniero un altro ufficiale, visto che i soldati del reggimento si rifiutarono di unirsi all’ammutinamento.

Intanto dal quartier generale di San Domenico Maggiore arrivò il maggiore de Steigher per fermare i ribelli con un battaglione e la sezione di artiglieria svizzera. Un migliaio di ribelli ripiegò sul Campo di Marte a Capodichino uccidendo il proprietario della Taverna di Pulcinella.

L’intenzione dei ribelli era quella di marciare sulla Reggia di Capodimonte per chiedere a Francesco I di rimettere sulle bandiere reggimentali le insegne dei loro cantoni di nascita.

Francesco con la piccola e bellissima regina Maria Sofia passarono un brutto momento: i lacchè illuminavano gli ampi scaloni con le torce e gli aiutanti di campo si davano da fare. I sovrani era difesi da 24 soldati, mentre al cancello si accalcavano i soldati svizzeri ribelli. La giovane regina dal terrazzo osservava con calma.

Il generale Riedmatten si recò dal re per conferire sulla situazione.

Francesco inviò ai cancelli i generali de Sangro e il colonnello Schumaker, comandante del I reggimento svizzero per parlamentare coi ribelli.

Intanto i generali Lanza e Vittembach, comandante la brigata svizzera del III e IV reggimento, riunirono le truppe fedeli e ordinarono al colonnello Wiess di difendere la Reggia con un battaglione del IV con la sezione di artiglieria e di inseguire i ribelli, che senza sparare fuggirono verso Capodichino.

Su ordine del re il generale Nunziante prese il comando generale e all’alba attaccò il II battaglione del IV reggimento svizzero, mentre i cannoni elvetici sparavano a mitraglia, seguito dal 13esimo battaglione cacciatori svizzeri, squadroni di gendarmeria e di dragoni a cavallo e l’11esimo reggimento di linea duosiciliano.

Dopo due ore di tentativi fatti da un caporale svizzero inviato dal Nunziante di parlamentare coi ribelli, venne aperto il fuoco con due scariche a mitraglia, mentre le truppe fedeli spararono e caricarono alla baionetta. Tra di loro fu ferito il tenente svizzero Thorman, mentre il III reggimento ribelle ebbe nove morti, ventisette feriti, 102 prigionieri e 8 latitanti. Il II reggimento ribelle contò dodici morti, 1129 prigionieri e un latitante. I fuggitivi ribelli furono poi catturati a Casoria.

Subito il re propose al Consiglio di Guerra di mandare gli svizzeri in osservazione a Caserta, Nocera e Nola e di tenere in carcere i prigionieri.

Il generale Filangieri, appoggiato da tutto lo Stato Maggiore, si oppose fieramente sottolineando che nelle tasche di molti soldati uccisi erano sati trovati molti napoleoni d’oro a prova della corruzione delle truppe svizzere.

Era un particolare certamente non trascurabile. Infatti la rivolta svizzera era stata preceduta il 16 giugno da strani moti che allarmarono il popolo napoletano. All’Universita vi fu uno sciopero degli studenti del collegio cerusico di medicina e chirurgia e la polizia borbonica del barone Luigi Ajossa aveva segnalato al Filangieri che dal 1838 a Napoli e dintorni operava una loggia massonica egizia del Misraim detta Folgore. Vi appartenevano noti carbonari, mazziniani e liberali, il direttivo del comitato d’azione di Mazzini e il giornale clandestino “Il corriere di Napoli”.

Si sospettava inoltre che alla Riviera di Chiaia, nel palazzo del principe di Siracusa don Leopoldo di Borbone – zio di Francesco II – si riunisse segretamente la sede occulta della loggia Folgore, che andrà poi in sonno per prudenza il 16 maggio 1860 per risvegliarsi come loggia egizia Sebezia il 1 agosto 1861.

Riferirono che anche a Torre Annunziata si era risvegliata un’antica loggia massonica scozzese, “I figli del Vesuvio”, creata nel 1808 e in sonno dal 1815. Era molto attiva e aveva forti contatti con la loggia di Torino filocavouriana …

La polizia borbonica di Palermo del direttore Salvatore Saniscalco riferiva a Napoli in telegrafo cifrato che la flotta piemontese, mentre si recava in Adriatico da Genova per assediare Venezia, il 23 giugno passò per il canale di Messina, ed era stata salutata da un improvvisa dimostrazione siciliana con bandiere tricolori. Tale dimostrazione si era ripetuta il 2 luglio nei porti di Naso e di Ragona al grido di il 23 giugno «Viva papa Pio IX, viva Verdi, viva l’Italia unita! » …

Purtroppo il governo borbonico non tenne in conto questi che erano segnali eloquenti …

Si optò dunque di sciogliere i 4 reggimenti svizzeri con un stipendio unico di congedo di 70 ducati, pari a 272 lire e 50 del Piemonte dell’epoca, nonché l’imbarco immediato per Marsiglia e rientro in Svizzera.

Coloro che avessero voluto rimanere in ferma nei reggimenti duosiciliani non avrebbero più goduto di privilegi e trattamenti preferenziali.

Vennero dunque composti tre battaglioni esteri, in gran parte bavaresi e svizzeri e due reggimenti di fanteria nazionale e due nuovi battaglioni cacciatori nazionali.

Alla partenza delle truppe ribelli per Marsiglia, il 19 agosto 1859, Groppello, ambasciatore piemontese a Napoli, scrisse al conte di Cavour: «Credo che a lungo andare questo avvenimento avrà per Napoli quasi la stessa importanza di una totale espulsione dello straniero dall’Italia. Senza gli svizzeri che erano ammirevolmente disciplinati e diretti, l’esercito napoletano si troverà in condizioni disastrose».

Il governo, affidato al generale Filangieri dall’8 giugno 1859, fece concedere al re l’amnistia completa ai confinati ed esiliati politici e la legge di annullamento sui 400mila sospettati e sorvegliati politici del Regno dal 1849, nonché il condono di tutte le pene detentive ai condannati politici – circa 20mila – per i reati risalenti al 1848 e 1849.

Il governo non sembrava dimostrare grandi preoccupazioni. Il 24 luglio grandi feste salutarono la salita al trono di re Francesco II.

Nella stessa giornata l’intendente reale della provincia di Foggia telegrafava al primo ministro Filangieri: «Eccellenza, ci sono state nelle città di Foggia e di Bari piccole dimostrazioni popolari al grido di “Viva il nuovo re Luigi I Borbone” – riferendosi al principe reale Luigi Borbone Due Sicilie conte di Trani, fratellastro minore del re Francesco II – e la cosa si e ripetuta in piccolo a Sciacca, a Carini, a Monreale e nella vicina Reggio Calabria. All’arrivo della gendarmeria i dimostranti inneggianti al principe Luigi si sono sciolti tranquillamente e sono tornati alle loro case».

Michele Di Iorio

 

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